Intervista esclusiva: ANDREA ACCARDI

Intervista condotta da José Carlos Francisco, con la collaborazione di Giampiero Belardinelli per la formulazione delle domande, di Júlio Schneider (traduttore di Tex per il Brasile) e di Gianni Petino per le traduzioni e le revisioni, di Bira Dantas per la caricatura e di Emanuele Rosso per le foto.

Ciao carissimo Andrea Accardi, e benvenuto sul blog portoghese di Tex! Per cominciare, caro Andrea, parlaci di te: la tua infanzia e la tua adolescenza nella nativa Palermo…
Andrea Accardi: A Palermo ho avuto un’infanzia felice, ho passato un sacco di tempo a giocare con i soldatini e a leggere i fumetti di mio padre: Il principe Valiant di Foster, Flash Gordon di Raimond, Corto Maltese di Pratt, Tex della coppia Bonelli/Galleppini, il Topolino di Disney e Gottfredson, Cocco Bill di Jacovitti, ma anche Toppi, Battaglia, Crepax ecc. Durante l’adolescenza, dopo una scorpacciata di fumetti Marvel, ho subito la fatale attrazione per i cartoni animati giapponesi e per il loro stile accattivante. Palermo è la mia città natale, il luogo in cui mi sono senz’altro formato, e nonostante la mia fuga resta il mio nucleo, la mia placenta.

A quale età hai iniziato a cimentarti con matite, china e pennelli?
Andrea Accardi: Non ricordo un momento in cui non abbia disegnato. Mio padre, un agente di commercio, mi passava i suoi blocchi di carta colorata, dei copia commissione usati, e io sul retro dei fogli disegnavo le mie storie, una vignetta per pagina, naturalmente. Usavo le penne Bic e i colori a spirito Carioca. Tra l’altro le scatole dei colori erano una delle mie principali fonti d’ispirazione; il mio obiettivo era di ricopiarne le immagini usando quegli stessi colori. Le chine e i pennelli sarebbero arrivati più avanti, fino ai 13/14 anni ho pensato che lo strumento migliore per disegnare fosse la tratto Pen.

Attraverso quali canali hai iniziato la tua carriera? Qual è stato il tuo primo lavoro professionale?
Andrea Accardi: Chiaramente esistono diverse tappe che io considero fondamentali per lo sviluppo della mia professione. A Palermo ho frequentato il liceo classico e dopo una prematura esperienza all’Accademia Cappiello di Firenze (una scuola di grafica pubblicitaria) per colmare le mie lacune tecniche mi sono iscritto all’Accademia di Belle Arti di Palermo. Non ho migliorato molto le mie conoscenze tecniche, non esistevano materie adeguate. Oggi invece ci sono diversi corsi specifici per il fumetto e l’illustrazione, anche in Accademia. Da un punto di vista logistico è stata proprio l’Accademia di Belle Arti di Bologna il canale che mi ha permesso di arrivare nella redazione di Granata Press, la casa editrice che considero una scuola, una palestra e un trampolino per la mia carriera. Vi sono giunto proprio attraverso alcuni compagni di corso appassionati di fumetti giapponesi (i futuri Kappa Boys). Il mio primo ruolo e stato quello di letterista e poi piano piano ho cominciato ad illustrare i giochi di ruolo per la rivista Kaos, una vera occasione per un autodidatta come me.

Per quali motivi ti sei trasferito a Bologna?
Andrea Accardi: Bologna è una città in continuo fermento, una fucina di idee che trovano sviluppo in molti campi e in diverse direzioni, coinvolgendo sia l’attività politica che quella sociale ed artistica. Decisi di trasferirmi lì attratto dal lavoro che un gruppo di autori aveva svolto nel campo del fumetto qualche anno prima, io la vedevo come una sorta di new way dei comics, erano il “gruppo Valvoline” (Daniele Brolli, Lorenzo Mattotti, Giorgio Carpinteri, Marcello Jori, Jerry Kramsky e Igort). Intorno a Bologna, poi, si ambientavano parecchie storie di Andrea Pazienza, uno degli autori che amavo in quel finire degli anni ottanta.

Cosa ricordi della tua collaborazione con Granata Press?
Andrea Accardi: L’esperienza in Granata Press, diretta dal compianto Luigi Bernardi, è stata fondamentale. Sotto l’occhio severo dell’art director Roberto Ghiddi ho affrontato tutti i mestieri collaterali alla professione di “fumettista”, dal grafico al letterista, dal fotolitista allo stampatore. Per non parlare dell’opportunità che una vita redazionale può offrire ad un giovane apprendista: la conoscenza diretta di alcuni Maestri del fumetto italiano che frequentavano per motivi anche professionale, ma non solo, il salotto della casa editoriale, tra tutti ricordo Roberto Raviola, in arte Magnus.

Il tuo lavoro del 1994, su testi di Onofrio Catacchio, è stato pubblicato nel 1999: perché?
Andrea Accardi: Granata Press stava progettando una nuova collana “Golem” su cui sarebbe dovuto apparire il mio primo lavoro sui testi di Onofrio Catacchio (uno degli autori che frequentavano più assiduamente la redazione), Progenie d’inferno. Purtroppo la casa editrice chiuse qualche mese più avanti e il libro, seppur pagato, restò inedito. Qualche anno dopo, in seguito a varie collaborazioni, la Kappa Edizioni (da una costola di Granata), si offrì di pubblicarlo.

Progenie d’Inferno è stato pubblicato in Italia da Kappa Edizioni e in Francia da Albin Michel: quali riscontri hai avuto dal pubblico, dagli addetti ai lavori e dalla critica? Immaginiamo sia stata una bella soddisfazione, oltre alla pubblicazione italiana, quella francese.
Andrea Accardi: A dire il vero non mi sembra si sia mosso niente… e le vendite devono essere state piuttosto esigue. In Italia la quasi inesistente critica non se n’è neanche accorta. Nonostante tutto, Albin Michel ne ha acquistato i diritti per la Francia e l’ha stampato nel loro classico formato a colori. A parte la soddisfazione e i complimenti di amici e colleghi, anche in Francia è passato sotto silenzio.

La collaborazione con lo sceneggiatore Michelangelo La Neve si è concretizzata nel racconto I dannati per la serie ESP. In questi tuoi primi lavori ritieni di aver maturato una calligrafia stilistica ben riconoscibile, oppure ti sei adattato alle diverse esigenze editoriali?
Andrea Accardi: Ho lavorato a I dannati subito dopo la chiusura di Granata Press; avevo mandato delle prove a Michelangelo e gli erano piaciute… con molte riserve. Ero ancora influenzato dal tratto di Mignola, da cui avevo attinto parecchio per Progenie e ho tentato di adattare quel segno per quel tipo di pubblicazione seriale, in fondo è stato il mio battesimo con l’edicola, con quel pubblico che noi chiamiamo “popolare”. Possiamo dire che sia ESP che Progenie sono entrambi dei lavori in cui è chiara una volontà di ricerca, ma ben lontani da una unità stilistica. Michelangelo mi ha seguito passo passo in questa esperienza del tutto nuova.

Dal 1996 inizi una collaborazione con lo sceneggiatore Massimiliano De Giovanni: puoi ricordare ai nostri lettori questi tuoi lavori?
Andrea Accardi: Ho cominciato a collaborare con Massimiliano nel 1996, in occasione del primo numero di Mondo Naif, edito dalla Star Comics. Si trattava di storie di personaggi che all’epoca avevano la nostra età, che facevano le cose che facevamo noi, che rispecchiavano le nostre aspirazioni e che avevano gli stessi nostri problemi relazionali, sentimentali ecc. Il tutto, va detto, nasce da un altro progetto nato in Granata Press, la poco longeva rivista Dinamite, che poneva già le basi di un fumetto che indagasse il quotidiano; penso a Piera degli spiriti di Giovanni Mattioli e Davide Toffolo. L’incontro con Massimiliano è stato molto prolifico e abbiamo continuato a lavorare insieme per più di quindici anni, portando avanti le avventure sentimentali di Matteo e Enrico, il fanta-thriller di Barcode, la spregiudicatezza di Lupin III e il Giappone fantastico de il viaggio di Akai.

Nel 2003 entri nello staff di Eura Editoriale e – forse è un segno del destino – ti trovi a disegnare John Doe su testi di Roberto Recchioni: cosa ricordi di quei lavori e come è stato lavorare con l’attuale curatore di Dylan Dog?
Andrea Accardi: Roberto mi ha proposto la sceneggiatura del sesto numero di John Doe in seguito ad un nostro incontro in una piccola fiera di Bologna. Aveva visto le mie tavole e ha capito cosa poteva aspettarsi da me. Da lì in avanti lavorare con lui è sempre stato facile, stimolante e soprattutto gratificante. Stimo moltissimo Roberto come persona e come autore, e una delle sue qualità migliori, a mio giudizio, è proprio la sua capacità di “immaginare il risultato”.

La collaborazione con Recchioni ha prodotto, quasi dieci anni dopo, un gioiello come il secondo volume della collana Le Storie. Come è maturata questa nuova collaborazione e come sei entrato in contatto con la Sergio Bonelli Editore?
Andrea Accardi: Ho disegnato altri due numeri di John Doe prima di approdare alle Storie e quindi nella Sergio Bonelli Editore. É grazie al lavoro fatto sui samurai insieme a Roberto che adesso sono un collaboratore della casa editrice. Ci avevo tentato anni prima, facendo prove su Nathan Never, Dylan Dog, Nick Raider, Jonathan Steele, Dampyr, ed ero sempre stato scartato.

Roberto Recchioni è l’artefice, insieme a validi collaboratori, del rinnovamento di Dylan Dog: si è forse aperto uno spiraglio di una possibile tua collaborazione con l’Indagatore dell’Incubo?
Andrea Accardi: Non ne abbiamo mai parlato.

Prima di passare alle domande sul Ranger a cui è dedicato questo blog, due parole del lavoro realizzato insieme a Luca Enoch.
Andrea Accardi: Un’altra ottima esperienza con un grande autore, un altro passo avanti per me nella definizione di uno stile. Doveva essere il mio primo lavoro pubblicato ne I romanzi a fumetti della Bonelli, Hit Moll fu pagato in toto e poi venduto alla BD perché il tema trattato non era consono alla storia della casa editrice.

Passiamo adesso al Ranger che dà nome a questo blog: vuoi raccontarci com’è avvenuto il tuo arruolamento nello staff dei disegnatori di Tex?
Andrea Accardi: È sempre Roberto l’artefice del misfatto. Stavamo lavorando alla seconda storia della trilogia dei samurai, quando mi ha proposto la possibilità di disegnare Tex, una breve storia per gli speciali a colori. Ho pensato a mio padre, a quanto potesse fargli piacere, alla grande occasione per me di misurarmi con questo colosso del fumetto italiano. Ho accetto con grande felicità… e preoccupazione.

Come ti senti a misurarti con il Ranger?
Andrea Accardi: Ho sentito una grande responsabilità. Un confronto, non solo con un personaggio mitico, ma anche con un’importante teoria di disegnatori mitici.

Nel disegnare Tex che tipo di difficoltà hai incontrato, se ne hai incontrate?
Andrea Accardi: Certo che ne ho incontrate, di tutti i tipi: da quelle tecniche, come i cavalli e gli ambienti dell’epoca, i vestiti, le pistole, i cappelli (mamma mia, ma esiste qualcosa di più difficile che disegnare i cappelli?), a quelle più generali, come i movimenti e la postura dei personaggi, perché il western ha un linguaggio preciso. Il volto di Tex, per esempio, è ancora un mistero per me. É stato molto difficile inquadrarlo nelle sue più tipiche e monolitiche espressioni. Se non altro ho imparato ancora una volta a riconoscere i miei limiti.

Hai dovuto modificare il tuo solito stile, oppure no?
Andrea Accardi: Non proprio, però, come mi ha fatto notare Boselli, la mia abitudine ad esasperare le espressioni dei personaggi non si addiceva al genere. Ho quindi “serrato” molte “bocche aperte”, e raddrizzato labbra che tendevano a inarcarsi troppo.

Come definisci graficamente il tuo Tex?
Andrea Accardi: Non lo so, è stata un’esperienza importante, ma non del tutto riuscita. Avrei voluto dare qualcosa a Tex, qualcosa di mio, che fosse riconoscibile e che restasse; diciamo che è stato Tex a dare qualcosa a me, ecco!

Negli ultimi tempi diversi disegnatori hanno fatto solo una veloce comparsata su Tex e poi sono tornati a lavorare su altri personaggi. Quello su Tex è per te un impegno duraturo, almeno nelle tue intenzioni?
Andrea Accardi: Le intenzioni del Color Tex sono proprio quelle di ospitare disegnatori e sceneggiatori extra, che normalmente non lavorano nella serie regolare, poi ci sono le eccezioni, ovviamente. Confesso che mentre disegnavo questa breve storia di Tex, durante quei lunghi pomeriggi assolati di polvere e sangue, ho ingenuamente fantasticato sulla possibilità di fare un Tex così bello da essere chiamato in pompa magna dal curatore Boselli, direttamente per la serie regolare. Non è andata esattamente così, vero? In verità torno felicemente ai samurai.

Chi o cosa è Tex secondo te? Cosa ti piace di più nel Ranger e cosa di meno?
Andrea Accardi: Tex è l’avventura, e questa sua attitudine, che viene declinata sia nelle storie fantastiche che in quelle realistiche, è la cosa che mi piace di più; che è anche il motivo principale che percorre trasversale in tutte le testate della casa editrice. Mi piace il rapporto che ha con Kit Carson, spesso nei loro dialoghi viene fuori la vena ironica di un personaggio tutto d’un pezzo. Amo molti il fazzoletto nero al suo collo, un poco meno il colore della sua camicia.

Per concludere il tema, come vedi il futuro del Ranger?
Andrea Accardi: Visti i disegnatori e gli sceneggiatori che si sono avvicinati al personaggio negli ultimi anni, direi radioso.

Com’è lavorare nella Sergio Bonelli Editore?
Andrea Accardi: La casa editrice è una “mamma” (è anche una manna, sì, è vero!).

Cosa è per te il fumetto? Sia come linguaggio che come esperienza professionale.
Andrea Accardi: Una delle tante possibilità create dall’uomo per vivere in un altra dimensione, un gioco. Da quando è diventato un lavoro è un impegno nell’intrattenere anche gli altri, senza riserve.

Quanto tempo impieghi per disegnare una tavola? Hai degli orari? Come si articola una tua giornata tipo fra lavoro, letture, tenerti informato, ozio, vita familiare?
Andrea Accardi: Ultimamente impiego quattro giorni per completare una tavola, di cui due giorni per la documentazione, gli studi e le bozze, e due giorni per la china e gli effetti speciali. Non ho degli orari precisi, il mio studio è in casa, quindi sono spesso in balia degli impegni familiari. La mattina e la sera sono i momenti migliori per lavorare, accompagnati dalla radio e da innumerevoli caffè. Il pomeriggio, quando siamo tutti in casa, è impossibile concentrarsi, per cui tento di sbrigare tutte le faccende casalinghe, far la spesa, sistemare casa, uscire con Donatella (la mia dolce metà) ecc. Leggo ogniqualvolta ne senta la necessità, anche a discapito del lavoro, sulla poltrona dello studio, o a letto la sera. In ogni caso, e non credo di essere l’unico, in famiglia mi considerano un fantasma, ci sono, ma non ci sono.

Puoi esporci la tua tecnica di lavoro?
Andrea Accardi: Uso le matite HB per le bozze e poi pennarelli/pennelli vari, i così detti brush pen per inchiostrare, e non resisto alla tentazione di ricaricarli con la china con l’unico risultato di accorciare la durata naturale della loro punta. Per quanto riguarda la carta, più scarsa è, meglio mi trovo. Per i samurai ho lavorato su carta F2, che dato il modesto spessore mi permette di vedere meglio tutti i segni quando vado a lucidare le matite al tavolo luminoso. Poi, per tutti gli effetti speciali, applico una pellicola trasparente su cui lavoro con la china, proprio come se fosse un livello di photoshop. Uso il computer per correggere le bozze a matita o per montare le strisce di vignette che lavoro separatamente.

Quali sono i tuoi progetti immediati?
Andrea Accardi: Ho ricominciato a lavorare sulle storie giapponesi scritte da Roberto Recchioni, sempre per la SBE.

Quali fumetti leggi attualmente?
Andrea Accardi: Mi sta appassionando Saga della coppia Vaughan/Staples, e The Walking Dead di Kirkman e Adlard. Qualche giorno fa ho finito di rileggere per la quarta volta Kiseju di Hitoshi Iwaaki, un autore giapponese che amo molto e di cui sto leggendo anche le Historie. La sera, se posso, mi rilasso rileggendo per l’ennesima volta, in ordine cronologico, le storie dei paperi di Barks.

Oltre ai fumetti, quale tipo di libri leggi? E quali sono le tue preferenze nel campo del cinema e della musica?
Andrea Accardi: Per quanto riguarda le letture non ho affatto una “linea editoriale”, mi faccio ispirare dal momento. Passo dal romanzo storico al saggio sociologico. Anni fa ero in fissa con Bulgacov, oggi sto cercando di recuperare tutto Saramago, mi piacerebbe illustrare il suo Caino. Al cinema ci vado due o tre volte al mese, lasciandomi convincere da Donatella a vedere film che non avrei mai visto da solo e rimanendo spesso felicemente sorpreso. Il contrario non capita mai! Poi in casa sfrutto il tempo che dedico alla documentazione per vedere film giapponesi, i chambara, così come ho fatto con i western mentre disegnavo Tex. C’è anche la musica, certo; quando ero più giovane adoravo lavorare ascoltando l’hardcore, dai Fugazi agli Youth Brigade, ho toccato l’apice con la tecno e l’elettronica (poveri vicini casa), oggi mi faccio andar bene anche Toto Cutugno (no, non è vero, ma i Matia Bazar sì!).

Bene, noi avremmo finito. C’è ancora qualcosa che vorresti dire? Qualcosa che non ti è stato chiesto e che avresti assolutamente voluto far sapere ai nostri lettori?
Andrea Accardi: Sì, vorrei parlarvi della mia passione per le statuine dei Santi, a Lisbona ne ho comprata una bellissima di Sant’Antonio di Padova in terracotta, abbastanza imprecisa nella fattura come piace a me, se per caso vi interessasse… 🙂

Caro Andrea, ti ringraziamo moltissimo per l’intervista che ci hai così gentilmente concesso.
Andrea Accardi: Sono io che vi ringrazio, per l’interesse e l’entusiasmo che spero di non aver raffreddato.

(Cliccare sulle immagini per vederle a grandezza naturale)

2 Comentários

  1. La storia pubblicata sul Color Tex mi è piaciuta molto, sia la parte grafica che i testi. Per la camicia, una volta ne indossava anche una rossa, bellissima!

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