Intervista esclusiva: ALESSANDRO BAGGI

Intervista condotta da José Carlos Francisco, con la collaborazione di Giampiero Belardinelli per la formulazione delle domande, di Júlio Schneider (traduttore di Tex per il Brasile) e di Gianni Petino per le traduzioni e le revisioni e di Bira Dantas per la caricatura.

L’intervistato di turno è Alessandro Baggi, disegnatore nato a Milano il 10 agosto 1966 e che ha avuto il meritato risalto alla Sergio Bonelli Editore grazie al suo lavoro su Dampyr, personaggio nato dalla fantasia di Mauro Boselli e Maurizio Colombo.

Quali sono state le tue letture fumettistiche nell’infanzia e adolescenza?
Alessandro Baggi: Nel 1972 avevo 6 anni: un giorno, accompagnato da mia zia a tagliare i capelli, mi opponevo, piangevo, la costringevo a trascinarmi; ero convinto che tagliare i capelli facesse male. Passando davanti ad un’edicola, mia zia, per farmi stare buono, mi chiese di scegliere un fumetto. Ne scelsi uno dei Fantastici Quattro: era il n.39, disegnato da Jack Kirby. Affascinato da quelle pagine sbalorditive, credo di aver deciso quella mattina di fare i fumetti anch’io: in realtà, forse volevo viverli; volevo essere la “torcia umana”, e dei capelli non mi importava più nulla. Scoprì Zagor per caso: ricordo, era il n. 67, Il re delle aquile. E poi L’uomo Ragno e Devil, e i Fumetti dell’orrore pubblicati nei pocket di Zio Tibia. Mia madre mi concedeva l’acquisto di questi fumetti in cambio di una buona condotta scolastica, che non riuscivo mai ad osservare per molto. Lei capiva il mio dramma, e alla fine me li comprava lo stesso. Più tardi scoprì Kriminal, Tex e Il piccolo Ranger, e nell’adolescenza (primi anni ’80) i meravigliosi disegnatori spagnoli: Fernandez, Maroto, Bernet e Jesus Blasco, per alcune loro brevi storie realizzate per il mercato statunitense.

Quali letture o suggestioni ti hanno poi spinto a cimentarti con il disegno? O questa tua passione l’hai coltivata già da bambino?
Alessandro Baggi: La passione per il disegno e le suggestione ricevute dai fumetti che leggevo da bambino sono andate di pari passo. Il mio modo di identificarmi in un uomo volante, in un vampiro, o in Zagor, cominciò a coincidere col disegnarli. Allora non lo capivo ma, visto che queste fantasie erano state suscitate in me da dei disegni, disegnare a mia volta divenne presto il modo più diretto per partecipare ad esse; ciò costituì sin da allora uno stimolo costante a disegnare meglio. Pensavo che se avessi conseguito presto un disegno adulto, avrei avuto accesso a possibilità espressive meravigliose: ci è voluta una vita, però ne è valsa la pena.

Hai avuto una formazione artistica? Di che tipo?
Alessandro Baggi: Ho frequentato studi specifici alla Scuola del Fumetto di Milano, la prima in Italia a strutturare, già nel 1979, un programma triennale di studio della narrativa per immagini. Tuttora la frequento, in veste di insegnante, e il suo preside e fondatore, Giuseppe Calzolari, è sempre per me una figura di riferimento, oltre che un amico. Ma fin dalla prima infanzia fu mio padre, Armando, appassionato di pittura e dotato di grande sensibilità artistica, ad incoraggiarmi e a sostenermi. Mi portava con sé alle mostre e mi spiegava il significato di alcune opere d’arte moderna, con le quali, intorno ai dieci anni, iniziai ad avere familiarità. Lui mi ha parlato di Poe e di Wilde, di Boldini e di De Chirico, di Fontana e di Burri, e a 13 anni mi regalò alcune cassette dei Beatles, mentre il resto del mondo ballava la disco music: “Prova a sentire questi“, mi disse.

Quali sono i disegnatori italiani e stranieri a cui ti sei ispirato nel corso della tua carriera? Ce n’è qualcuno più di altri che consideri idealmente il tuo maestro?
Alessandro Baggi: I disegnatori che più mi hanno influenzato sono quelli che ammiravo da bambino sui fumetti in edicola allora: Gil Kane, John Romita, Gene Colan e The King Jack Kirby: lo staf mitico della Silver Age Marvel. Ho poi scoperto e apprezzato Toppi, Moebius, Manara, Battaglia, Bilal, ma nella Milano degli anni ’70 i modelli culturali statunitensi godevano di una diffusione e di una persistenza che poche altre produzioni riuscivano a contrastare. Collezionai, però, con tenacia Zagor, di cui ricordo con affetto alcune storie che, nel corso degli anni, ho riletto più volte: quelle che lo vedevano alle prese con i mostri (l’uomo pesce, l’uomo tigre, il vampiro, persino Hellingen) sono tra le mie preferite. Ora, da professionista, le tavole di Alex Raymond, di Caniff e di Al Williamson mi appaiono come quelle dei maestri dei miei maestri. Frazetta, Buscema, Romita Sr., non erano già riconducibili a questi artisti talvolta più vecchi di loro solo di pochi anni?

Hai iniziato la tua attività illustrando I Tarocchi della Follia, per le Edizioni Scarabeo: parlaci di questa esperienza.
Alessandro Baggi: Fui contattato di Piero Alligo nel 1986: il mazzo di Tarocchi che mi commissionò fu il mio primo lavoro. Avevo già vinto dei concorsi con storie a fumetti che però avrebbero visto le stampe solo successivamente. Ero un esordiente assoluto e Alligo mi diede fiducia: gliene sono tuttora riconoscente. Avevo 20 anni e lavoravo ai miei tarocchi cercando di fare del mio meglio. Piero si incontrava con me verso le 17.00 in Stazione Centrale, a Milano, e ritirava le mie tavole prima di tornare a Torino in treno. Arrivava da casa di Toppi, che stava anche lui realizzando un progetto analogo, e io ero il secondo, dopo l’editore, a vedere quei meravigliosi originali a colori, nell’andirivieni della stazione ferroviaria. Alligo sembrava entusiasta dei miei lavori quasi in egual modo; pagava alla consegna, e si comportava in modo amichevole e corretto, ma il confronto con le tavole di Toppi era schiacciante e mi poneva un imperativo: “Devo migliorare“. Ci sto ancora provando.

In seguito sei approdato alla Acme dove hai collaborato alle testate Mostri e Splatter: cosa ricordi di queste collaborazioni e come consideri oggi quei tuoi lavori?
Alessandro Baggi: Il periodo della mia collaborazione con le testate Mostri e Splatter permise alle mie primissime storie horror di approdare sulle pagine di una rivista. Fu stimolante e mi fu concessa una totale libertà espressiva: lavoravo su storie mie; attraverso il disegno cercavo di valorizzare il testo e viceversa. Ho sempre concepito il fumetto come una sinergia di disegno e parola, laddove il racconto sta all’origine del processo creativo e il disegno lo illustra, lo evidenzia, nei casi più limitativi, lo abbellisce: “Embellishment“, c’era scritto su alcuni albi americani, a proposito dell’inchiostratura. Oggi considero quelle mie storie brevi carenti sul piano grafico, ma, grazie alla libertà di cui godetti nel realizzarle, tutto sommato più incisive e originali di altri miei lavori successivi.
Dopo di allora, collaborai per cinque anni (anche solo come sceneggiatore) alla rivista Intrepido, per la quale realizzai fumetti più lunghi, di 32 o 56 pagine, e di vario genere: cercavo di cimentarmi con storie thriller o romance; persino con qualcosa di un po’ fantasy, e la mia attitudine sperimentale ne veniva un po’ condizionata. Ma erano condizionamenti che mi imponevo io, per ripagare, a suon di mero buonsenso, il direttore Carlo Pedrocchi, della libertà che mi lasciava, grande quanto (e forse più) di quella di cui avevo goduto con l’ACME di Francesco Coniglio. Però “il buon senso“, dice Barthes, “è la peggiore delle virtù borghesi“: alla fine degli anni ’90 anche l’Intrepido chiuse. Di esso rimpiango, soprattutto, la meravigliosa opportunità di affinare le mie tecniche illustrative: per quattro anni ne fui il copertinista fisso, raggiungendo così una notorietà e un riscontro di pubblico che non mi sarei aspettato. Forte di queste esperienze, trovai il coraggio di propormi alla Sergio Bonelli Editore.

Nel 1998 hai incontrato Mauro Boselli: come sei stato coinvolto nel progetto Dampyr?
Alessandro Baggi: Un amico, Gino Udina, mi accenno’ a questa nuova serie in preparazione da circa tre anni, e mi esortò a propormi al suo curatore, Mauro Boselli. Temevo un lungo iter burocratico, come spesso accade con le grosse case editrici, ma Udina mi rassicurò su come Boselli fosse spiccio, rapido e concreto: “O ti prende o non ti prende“, promise, “e te lo dice all’istante“. Lo staff di disegnatori era pressoché al completo, ma i miei lavori gli piacquero e li sottopose a Sergio Bonelli quasi subito: due settimane dopo iniziavo a lavorare sul mio primo albo di Dampyr, Casa di sangue. Mi rendo conto che sono stato anche fortunato; forse gente più brava di me ha aspettato di più.

Cosa ti affascina di più in questa serie?
Alessandro Baggi: La possibilità di dare, del personaggio, interpretazioni che variano molto, a seconda del disegnatore; alcuni di noi (penso a Majo e a Luca Rossi, a me e a Piccininno) hanno stili piuttosto differenti. Prosegue dunque, in Dampyr, quella varietà grafica che già in Dylan Dog aveva consentito al personaggio di svilupparsi, sul piano visivo, in direzioni insolite, fino alle versioni umoristiche di quest’anno. I grandi character del fumetto (mi riferisco a giganti come Batman) possono persino produrre una versione umoristica di sé stessi senza che quest’ultima né diventi la parodia: il Batman di Bruce Timm è lontano da quello di Neal Adams, ma si riavvicina a quello di Bob Kane; tutte le versioni di questo personaggio sviluppano possibilità espressive che erano GIA’ contenute in lui all’origine. Una volta Boselli scherzò con me a proposito di un team tra Dampyr e le Winx, fatine di un cartoon italiano adorato da sua figlia: io presi seriamente più di metà del discorso; se penso a un Dampyr con aperture fiabesche, non lo trovo così improbabile. Il personaggio è solido, e le sue caratterizzazioni non lo limitano; questo mi ha permesso di accedevi episodicamente anche come sceneggiatore.

In genere ti sono state affidate delle sceneggiature oniriche e visionarie. La scelta è stata dettata da te o lo stesso Mauro Boselli, conoscendo le tue abilità artistiche, ha preferito farti lavorare con dei soggetti sognanti?
Alessandro Baggi: Boselli ben conosce i miei referenti; non solo grafici ma anche letterari, e culturali in genere. Sa che amo l’arte moderna, la poesia, Kafka, Poe, Lovecraft, come Sartre e Celine e Beckett. I soggetti che io proponevo e quelli che mi sono stati affidati da lui sviluppavano elementi che ricorrono un po’ in tutto il mio lavoro. Inoltre Diego Cajelli, lo sceneggiatore con il quale ho lavorato più spesso, è anche mio amico, e viene naturale scambiarsi idee e suggestioni (talvolta per e-mail).

Nel secondo Maxi Dampyr (agosto 2010) sei stato l’assoluto protagonista: hai disegnato l’intero volume e ti sei cimentato con la scrittura. Com’è nata questa operazione? E ti ritieni soddisfatto della tua sceneggiatura?
Alessandro Baggi: Il Maxi Dampyr è stato per dieci anni un curioso work in progress: Boselli iniziò nel 2000, a darmi via libera per la stesura di qualche storia breve che avesse Dampyr come protagonista; ne approvò un paio, che realizzai. Poi chiese una storia breve a Colombo: protagonista Kurjak, che alla fine, addirittura, moriva. Scrisse poi lui una storia sull’infanzia di Tesla, alla fine della quale moriva anch’essa! Io non capivo cosa avesse in mente: ogni tanto, tra un albo e l’altro, questo strano lavoro proseguiva, e a Febbraio del 2000 iniziai le 50 tavole conclusive. Le due storie sceneggiate da me vanno, insieme alle altre, a comporre un mosaico complesso: la storia si è arricchita con elementi di continuità che ben si richiamano alla serie regolare, e semmai risente di uno stile grafico in divenire dovuto ai lunghi tempi di lavorazione. Forse anche questo fa di Spectriana un unicum curioso e originale: in quell’albo è radiografata una maturazione professionale di cui vado fiero e che spero prosegua.

Hai in progetto di scrivere altri soggetti per Dampyr?
Alessandro Baggi:Mi piacerebbe molto: concepisco storie strettamente legate a come le disegnerò, e scrivo dialoghi che immagino pronunciati in un contesto grafico ben preciso. Ora sto frequentando, per interesse personale, un corso di scrittura creativa, e vedo che separare disegno e parola mi è più difficile che unirli.

Potresti anticiparci qualcosa della storia alla quale stai lavorando?
Alessandro Baggi: E’ una storia ambientata in Francia; un tranquillo profumiere riceve la visita di un cliente inquietante, tentacolare. Dampyr e Kurjak, a Praga, vengono messi all’erta da Nikolaus su antichi commerci tra artigiani fantasma. Non so molto altro, sono alle prime tavole.

Quanto tempo impieghi per disegnare una tavola? Hai degli orari? Come si articola una tua giornata tipo fra lavoro, letture, tenerti informato, ozio, vita familiare?
Alessandro Baggi:Una tavola mi richiede quasi sempre circa tre giorni di lavoro; a volte (mi vergogno un po’, a dirlo) anche di più. I miei orari, lavorando anche come insegnante, ruotano spesso, e talvolta dormo poco; nei rari casi di scadenze incombenti disegno anche 12 ore di fila, dormo un po’ e poi ricomincio. Quando ho consegnato le ultime tavole del Maxi ero sveglio da due giorni e avevo il mal di denti… ma ero felice! Nella società occidentale, l’uomo si definisce innanzitutto attraverso il proprio lavoro; vita familiare, affettiva e interiore vengono subordinate ad esso, relegate negli orari non lavorativi, nella sera, nella notte. Sembra assurdo, ma è così. Io leggo in treno, o in bagno; ascolto musica mentre lavoro, suono la chitarra mentre cucino (mentre aspetto che bolla l’acqua), invento storie mentre cammino, gioco e invento canzoncine, e poi le canto alla mia ragazza. Disegno, nelle notti, e amo intensamente. Vado a correre. Mi piacciono i boschi, il fuoco, gli insetti, le rane. Amo la mia città. Voglio bene ai miei fratelli e a mio nipote, Tommaso. Gli ho parlato dell’Uomo Pesce; abbiamo guardato insieme il film.

Com’è lavorare per Sergio Bonelli?
Alessandro Baggi:Sergio è stato l’editore di Joe Kubert, di Sergio Toppi, di Aldo Capitanio e di Fernando Fernandez: ha scritto le storie di Zagor che leggevo da bambino, e quando l’ho chiamato Maestro lui si è schermito, ma io non scherzavo. Ai suoi complimenti mi sono schermito io; ma ne ero travolto.

Mettiamo il caso Sergio Bonelli ti desse la possibilità di scegliere, oltre a Dampyr, di illustrare un altro personaggio della Casa editrice: a quale vorresti collaborare?
Alessandro Baggi: Beh, le atmosfere horror di Dampyr hanno affinità con quelle di certe storie di Dylan Dog, sulle quali penso che mi troverei a mio agio. Quello di cimentarsi con Tex è un sogno comune a molti disegnatori della casa editrice, ma io (visto che parliamo di sogni) ne azzarderei un altro, forse ancor più ardito: una lunga storia horror di Zagor, scritta e disegnata da me, su un collezionista di mostri, o roba del genere; una cosa un po’ anni ’60.

Passiamo adesso al Ranger che dà nome a questo blog: oggi che sei un affermato disegnatore bonelliano, ti piacerebbe disegnare per Tex, ti è mai stato proposto?
Alessandro Baggi: So che il mio editore ha una (comprensibile) predilezione per Aquila della Notte; il fatto che ne sia anche il massimo esperto (unitamente alla statura epica del personaggio) mi intimidisce, al pensiero di trovarne una mia versione. Inoltre, i disegnatori storici di Tex che prediligo (Nicolò su tutti, ma anche Letteri e Ticci) sono modelli consolidati e condizionanti. Ma comincerei riferendomi alle loro versioni, per quanto classiche, piuttosto che ispirarmi a interpretazioni più moderne (come quelle di Mastantuono o di Villa), punto d’approdo della ricerca di colleghi partiti in condizioni analoghe alle mie.

Cosa significherebbe per te disegnare storie di una leggenda dei fumetti come Tex?
Alessandro Baggi: Accostarmi alla leggenda, con rispetto, e cercare di apportarvi il mio contributo. Mi rendo conto di aver fatto le mie cose migliori (su Dampyr, ad esempio) quando mi sono sentito libero di sperimentare, proponendo soluzioni grafiche insolite, quasi per gioco, quasi per scherzo. Certo, con Tex non si può scherzare troppo: bisogna, come si dice a Milano, stare all’occhio.

Chi o cosa è Tex secondo te? Cosa ti piace di più nel Ranger e cosa di meno?
Alessandro Baggi: Tex è un personaggio sessantaduenne, la cui storia inizia nel dopoguerra italiano e sprofonda nei bagliori accecanti di un ottocento americano sempre più preciso, documentato e nitido. Col crescere della serie, il suo mondo si è fatto vero, ha acquisito parametri propri, e disegnatori sempre più bravi e scrupolosi lo hanno reso maestoso: un universo di segni, a volte essenziali, a volte barocchi, nel quale Tex arriva ed eternamente riparte. Penso di aver, già da bambino, sempre percepito Tex così: lui è quello che riparte (mentre Zagor, più stanziale a Darkwood, nella mia infanzia era, per contro, quello che sta, e difende la sua casa).

Ritieni che Tex sia cambiato negli ultimi anni? Sotto quali aspetti?
Alessandro Baggi: Ha abbandonato l’irriverenza un po’ anarchica dei suoi primi anni, quando conduceva gli interrogatori a suon di sganassoni e liquidava burocrati e sceriffi collusi con modi bruschi; dava di piglio alle sue colt senza pensarci due volte e chiudeva le risse da lui scatenate offrendo da bere a tutti. Ora è ponderato, solenne, ineluttabile; uno strumento della Giustizia, più che della Legge; il suo arrivo, nelle storie, è sempre mitico, definitivo: è l’arrivo del Destino.

Per concludere il tema, come vedi il futuro del Ranger?
Alessandro Baggi: La crescente qualità di questo fumetto e le cure che gli riservano autori ed editore viene tuttora ben ripagata dall’affetto del pubblico; auspico per lui il mantenimento (o addirittura una ulteriore crescita) del suo status di parametro imprescindibile: magari potessi contribuirvi anch’io! Come molti artisti, pero’, sono abbastanza incompetente sulle reali condizioni del mercato; su questo non mi pronuncio.

Il fumetto della SBE è sempre stato il tuo obiettivo oppure avresti preferito fare il cosiddetto fumetto d’autore come Pratt, Battaglia, Toppi, Manara?
Alessandro Baggi: Dagli anni ’80 in poi (con Dylan Dog e i disegnatori diversissimi che cominciarono ad avvicendarsi sulle sue pagine) il fumetto della SBE iniziò a vantare episodi disegnati da Tacconi, storie di Nick Raider disegnate da Toppi, per arrivare al Texone di Kubert o al Napoleone disegnato (ma soprattutto scritto) da Bacilieri. Certo, anch’io aspiro a fare fumetto d’autore, e alla SBE lo si fa; le limitazioni connaturate al lavoro sulle serie della nostra Casa Editrice (niente pornografia, turpiloquio, splatter, ecc.) mi trovano concorde, e sono assenti anche nei lavori che ho realizzato per altri editori che non ponevano riserve a questi elementi.

Tra l’altro, alla tua attività di disegnatore hai aggiunto quella di insegnante presso la Scuola di Fumetto di Milano. Come ti poni con i tuoi allievi, considerando le difficoltà di assorbire posti di lavoro nell’ambito del fumetto italiano?
Alessandro Baggi: Insegno ad eseguire correttamente dei fumetti, animato dalla convinzione che, se si raggiunge un certo livello di professionismo, un possibilità di venir assorbiti dal mercato italiano esiste. Non c’è un mercato così florido da poter assorbire anche chi si è applicato poco, chi disegna raramente, chi ha mille altri interessi, ecc., ma costoro non troverebbero lavoro neppure altrove, credo… non come disegnatori di fumetto, almeno.

Ritieni che il Fumetto, come mezzo di comunicazione, abbia più possibilità di toccare i temi più disparati rispetto, ad esempio, al Cinema italiano?
Alessandro Baggi:Il cinema ha la possibilità di raggiungere un pubblico più vasto, necessitando di uno sforzo minore da parte dello spettatore (sempre che si consideri la lettura uno sforzo). I maggiori costi produttivi ne limitano un po’ i temi trattati, che devono trovare risonanza in fasce di pubblico il piu’ ampie possibile. Il fumetto, costando meno, potrebbe idealmente affrontare qualsiasi argomento (anche a rischio di non vendere molto), e farlo con profondità e piena consapevolezza dei suoi mezzi espressivi (penso al David Boring di Daniel Clowes, o al titanico Brain the Brain di Miguel Angel Martin, come allo Zeno Porno dell’acutissimo Bacilieri).

Quale mercato pensi si prospetti nei prossimi anni? Il fumetto sarà sempre più indirizzato a un pubblico di nicchia o magari è ipotizzabile un equilibrio tra proposte popolari (nel senso di costo: non certo di qualità) e da libreria?
Alessandro Baggi: I lettori di fumetti hanno, credo un po’ ovunque, un’età media sempre più alta; sono adulti, appassionati e competenti. Vedo difficile il ritorno ad una diffusione vasta e popolare del media fumetto; mi sembra più probabile una sempre maggiore specializzazione del prodotto e dei suoi fruitori, che renderà necessario un livello qualitativo sempre più elevato e oculate politiche di vendita.

In un’intervista, Mirko Perniola (cfr. ZAGOR TV al link http://www.youtube.com/watch?v=xY_-csxPFbg) ha auspicato che grandi editori come Mondadori o Rizzoli diano la possibilità ad autori di fumetti di pubblicare del materiale inedito. Cosa ne pensi?
Alessandro Baggi: Sono d’accordo con Mirko: anch’io lo auspico.

Che progetti ci sono nel tuo futuro? Puoi già anticiparci qualcosa?
Alessandro Baggi: Vorrei sposare la mia ragazza. In chiesa. Non sapevo che fosse così macchinoso.

Quali fumetti leggi attualmente, ovvero con quali ti identifichi maggiormente?
Alessandro Baggi: Ho 44 anni, e tendo a rileggere i fumetti che leggevo da bambino. Tendo ad identificarmi col bambino che ero quando li leggevo, e poi me ne vado a disegnare cercando di fare delle tavole che avrebbero potuto piacergli.

Oltre ai fumetti, quale tipo di libri leggi? E quali le tue preferenze nel campo del cinema e della musica?
Alessandro Baggi: Ho poco tempo per leggere: lavoro sempre. Ma davanti ai miei occhietti, negli ultimi anni, sono sfilati Richard Yates, Aldo Nove, tutto Houllebecq, Donald Bathelme, Edgar Morin, Garcia Lorca, Marshall Mc Luhan. Cinema ne vedo poco: i film, ora, sono troppo lunghi: due ore, a volte due e mezza. Vedo i telefilm, The Wire, Breaking Bad; qualitativamente alcune serie tv hanno poco o nulla da invidiare alle produzioni cinematografiche, e la durata di 50 minuti a episodio mi è più congeniale. Devo lavorare: viviamo in un mondo impaziente! La musica che prediligo è il jazz. Ho scoperto per caso, chiacchierando con Boselli, che anche lui è piuttosto ferrato sull’argomento: anche per motivi generazionali credo che i dischi di free dei tardi anni ’60 che io ascolto tuttora, lui li abbia scoperti più o meno all’epoca della loro uscita; John Coltrane, Albert Ayler, Archie Shepp, Pharoah Sanders, Anthony Braxton, ecc. Ecco, ascolto spesso questa musica dura e ostica, che certo non comprendo appieno, ma mi piace.

Bene, noi avremmo finito. C’è ancora qualcosa che vorresti dire ai lettori riguardo Alessandro Baggi?
Alessandro Baggi: Nella stanza dove lavoro ci sono molti dei miei quadri, a volte fatti con insetti veri, e giocattoli, e pezzi di legno dipinti. Ho altre cose singolari e un po’ inquietanti (un piranha imbalsamato, una maschera africana), e ho un modellino di Godzilla che non monterò mai, e una scure nel box, e piante stecchite sul balcone. Dietro a strati di fumetti, altri fumetti, che si perdono giù, giù fino alle remote praterie dell’infanzia, e una foto di mia mamma, sul tavolo da disegno, e 2 chitarre, con le corde piuttosto ossidate. Nel cielo di Milano, alle tre di notte, passa talvolta una balena, solo per me.

Caro Alessandro Baggi, a nome del blog portoghese di Tex ti ringraziamo moltissimo per l’intervista che ci hai così gentilmente concesso.
Alessandro Baggi: Grazie a te, e un saluto ai lettori portoghesi.

(Cliccare sulle immagini per vederle a grandezza naturale)

9 Comentários

  1. Bella intervista 😉 … spero in futuro di vedere una storia di Zagor disegnata da lui… magari il seguito del mostro a 3 teste 🙂

  2. Complimeti! Sempre interessante e ricco di spunti il vostro blog!
    Certo che un Texone di Baggi sarebbe da leccarsi i baffi e i controbaffi!
    Bella la caricatura di Bira!

  3. Complimenti per l’intervista! E complimenti a Baggi, un’artista singolare che, a quanto leggo, fa della sua vita stessa una grande opera d’arte.
    Baggi ci racconta la sua vita ed ha qualcosa da dirci. E lo sa fare bene, almeno quanto bene disegna, e per questo leggerlo è un vero piacere.

  4. Mitico Baggi e sempre piu’ fico il vostro blog!
    Io vorrei vederlo su una serie nuova, fatta a misura per lui, o da lui… ma un Texone fatto da lui mi fa già sfrigolare il cuore!

  5. Grande intervista per un grande blog! Complimenti!
    Un’artista singolare che ha qualcosa da dire e la favella non gli manca di certo. Bengano interviste a personaggi interessanti che disegnano anche bene.
    Io lo vedrei bene su Dylan Dog!

  6. Blog di Tex sempre ci sorprende con interviste grande del Bonelli progettisti. Le mie congratulazioni a Baggi l’eccellenza delle loro risposte. Egli può esprimersi con proprietà e spostare la visione della vita come disegnatore pochi.
    Come io sono un incallito Texian, molto apprezzato la loro risposta alla domanda che segue:

    Ritieni che Tex sia cambiato negli ultimi anni? Sotto quali aspetti?
    Alessandro Baggi: Ha abbandonato l’irriverenza un po’ anarchica dei suoi primi anni, quando conduceva gli interrogatori a suon di sganassoni e liquidava burocrati e sceriffi collusi con modi bruschi; dava di piglio alle sue colt senza pensarci due volte e chiudeva le risse da lui scatenate offrendo da bere a tutti. Ora è ponderato, solenne, ineluttabile; uno strumento della Giustizia, più che della Legge; il suo arrivo, nelle storie, è sempre mitico, definitivo: è l’arrivo del Destino.’

    Complimenti ancora una volta e speriamo che può lavorare con Tex, un giorno. Dopo questa intervista, non ho dubbi più che le loro competenze.

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