Intervista esclusiva: MAURIZIO DOTTI

Intervista condotta da José Carlos Francisco, con la collaborazione di Giampiero Belardinelli e Roberto Pagani per la formulazione delle domande, di Júlio Schneider (traduttore di Tex per il Brasile) e di Gianni Petino per le traduzioni e le revisioni e di Bira Dantas per la caricatura.

Quali sono state le tue letture fumettistiche nell’infanzia e adolescenza?
Maurizio Dotti: I fumetti che prediligevo durante il periodo dell’adolescenza, erano quelli che raccontavano storie d’avventura. Mi sono letteralmente cibato di fumetti d’avventura, soprattutto di genere western. Questa mia inclinazione ha finito col condizionare anche i miei gusti letterari e naturalmente cinematografici. Tex, Blueberry, Comanche, “La storia del west”, ma amavo moltissimo le storie d’ambientazione coloniale: “Il comandante Mark” e “Il grande Blek”; ricordo i momenti legati a queste letture, come i miei spazi più intimamente ricchi di piacevoli emozioni. Sono stati momenti determinanti per le mie scelte future.

Quali letture o suggestioni ti hanno poi spinto a cimentarti con il disegno? O questa tua passione l’hai coltivata già da bambino?
Maurizio Dotti: Le letture e le suggestioni hanno alimentato una passione che già sentivo di possedere. Fin dall’età di 9, 10 anni mi sono reso conto che il disegno era una necessità imprescindibile. Non facevo altro che disegnare, dovunque, su qualsiasi superficie. Copiavo moltissimi autori, soprattutto Giovanni Ticci, che era uno dei miei autori preferiti insieme al francese Jean Giraud. Questi due autori erano per me il punto di riferimento costante, mi studiavo il loro stile e cercavo di riprodurlo con maniacale dedizione.

Hai avuto una formazione artistica? Di che tipo?
Maurizio Dotti: Ho frequentato negli anni ’70 l’istituto statale d’arte di Monza. Bellissimi anni trascorsi sotto la guida di insegnanti eccellenti che mi hanno trasmesso passione e metodo, ma si può certamente dire che tutte le mie conquiste tecniche me le sono sudate con grande caparbietà e tenacia. Mi abbarbicavo come un mitilo allo scoglio, a tutti gli insegnanti che mi potevano essere utili allo scopo. Cercavo di assorbire come una spugna tutto ciò che mi sembrava straordinario e perfetto nell’universo disegnato. Tanto era grande la fascinazione di fronte a certe opere dell’ingegno creativo di alcuni disegnatori, quanto lo sconforto e la frustrazione nel sentirmi tanto lontano da quei livelli d’eccellenza. Ma era proprio questa condizione di perenne inadeguatezza a farmi da stimolo. La mia fortuna è stata quella di sapere, sin dalla più giovane età, cosa volessi fare nella vita. Mi sono ritrovato più volte in gioventù, a trascorrere veri e propri periodi di autosegregazione, nei quali vivevo solo di disegno.

Quali sono i disegnatori italiani e stranieri a cui ti sei ispirato nel corso della tua carriera? Ce n’e’ qualcuno più di altri che consideri idealmente il tuo maestro?
Maurizio Dotti: Il termine “maestro” è troppo impegnativo, ingombrante e presupporrebbe una conoscenza personale, oltre che artistica, molto approfondita delle figure artistiche di riferimento, perché possano meritarsi un tale appellativo. Ciò detto, è chiaro che ogni disegnatore ha delle preferenze dettate dal gusto, dallo stile, dalle inclinazioni artistiche. Alcuni disegnatori li ho già citati: Jean Giraud alias Moebius, Giovanni Ticci. Questi sono sicuramente i due disegnatori che hanno rappresentato per molti anni, il continuo e maniacale punto di riferimento che mi ha guidato nel mio apprendistato. Molto diversi tra loro, ma accomunati dal gusto per il realismo, un realismo evocatore di immagini sempre convincenti e accattivanti. Le loro vignette non erano mai statiche, ma vive e pulsanti, animate da una narrazione forte ed intensa, vera nelle posture dei personaggi e autenticamente descritta negli splendidi paesaggi riccamente definiti; quel tipo di disegno è sempre stato per me il modello cui tendere, non penso in ogni caso di esserci nemmeno mai arrivato vicino, purtroppo. Ammiro comunque moltissimi altri disegnatori, sia della vecchia generazione che della nuova: D’Antonio, Toppi, Di Gennaro, Uggeri, Gattia, Capitanio ma anche: Frisenda, Majo, Carnevale, Mastantuono, Villa, Milazzo, sono troppi e non posso citarli tutti anche se mi piacerebbe, data la grande ammirazione che nutro per loro.

Il tuo ingresso nel mondo delle nuvole parlanti avviene nel 1976, presso lo Studio di Giancarlo Tenenti. All’epoca era consuetudine, per i giovani che si accostavano al medium fumetto, debuttare con storie di poche pagine. Ciò incuteva sicuramente meno timore rispetto alle canoniche 94 tavole bonelliane con le quali si devono confrontare i nuovi autori al giorno d’oggi. Cosa ricordi di quel periodo? Su quali testate hai pubblicato?
Maurizio Dotti: Mentre frequentavo il quarto anno, dopo l’orario scolastico mi dedicavo all’apprendistato come fumettista nello studio di Giancarlo Tenenti, prolifico disegnatore di testate come “L’intrepido” e “Il monello”, sedotto dallo stile americano anni ’50 e ‘60. Fu un momento proficuo per la mia formazione, soprattutto nella tecnica del ripasso che Tenenti ha sempre praticato con metodo e rigore. Egli apprezzava molto la mia versatilità nel disegno e, dopo un primo breve periodo nel quale realizzavo le tavole a matita che lui avrebbe in seguito inchiostrato, passai alla realizzazione di storie interamente disegnate e inchiostrate da me. Erano tutte sceneggiature d’ambientazione western, visto che quello è sempre stato il mio universo avventuroso di riferimento. Questo periodo passato, diciamo così, “a bottega” come si usava nell’ambiente, durò circa sette anni, che ricordo pieni di entusiasmo e carichi di grandi aspettative. Riguardando il lavoro di quegli anni posso dire, molto impietosamente, che pochissime storie erano degne di essere pubblicate, ma quelli erano anni nei quali, nel bene e nel male, a quasi nessuno si negava la pubblicazione.

Nel 1982 ti dedichi al teatro: dalla scenografia alla recitazione. Qual è stata l’esigenza che ti ha condotto verso questa forma d’espressione?
Maurizio Dotti: Ho cominciato a fare teatro durante la scuola media e mi sono innamorato immediatamente di questa splendida forma espressiva. Fu il mio insegnante di lettere, capocomico di una importante compagnia di marionette milanese di raffinata e lunghissima tradizione, “la Carlo Colla & figli”, a trasmettermi questa grande passione. Fu immediato per un ragazzino di 11 anni, lasciarsi trascinare nel vortice delle straordinarie emozioni che quel prezioso universo onirico fatto di carta dipinta, legno magistralmente scolpito, fantasmagoriche luci e ricchissimi tessuti, sapeva evocare. Durante questa mia esperienza quasi ventennale ho imparato le tecniche di recitazione, la manovrazione della marionetta, le tecniche della scenografia, insomma a “fare teatro”. Per un certo periodo riuscii a conciliare, a prezzo di grande fatica, entrambi i lavori, ma proprio per la caratteristica totalizzante di ciascuno, dovetti nell’83 abbandonare con sommo dispiacere uno dei due e toccò al fumetto.

Nel ritrovato lavoro di disegnatore e illustratore, ti è servita l’esperienza teatrale?
Maurizio Dotti: La caratteristica comune è che si raccontano storie, è questo che mi ha da sempre interessato: raccontare storie. Sia che lo si faccia in un teatro gremito di gente che ascolta, sia che lo si provi a fare con carta, matita e inchiostro. L’esigenza di narrare è il filo conduttore di queste due esperienze in apparenza tanto lontane, ma anche molto vicine per certe loro affinità: la recitazione dei personaggi, le ambientazioni, il costume e infine la sceneggiatura che può essere considerata, a suo modo, un testo teatrale. Riprendere nel ’95 a disegnare fumetti (ricominciai a pubblicare su “Il Giornalino”) non fu per nulla facile. Mi resi conto che la ripresa era lenta e difficile, come potrebbe esserlo per un musicista che dopo anni d’interruzione, riprenda a suonare il suo strumento. Quegli anni di inattività si facevano sentire e mi ci è voluto molto tempo prima di acquisire una soddisfacente sicurezza.

Negli anni Novanta intraprendi una collaborazione per “Il Giornalino”: quali di questi lavori ricordi ancora con soddisfazione?
Maurizio Dotti: Fu con la trasposizione fumettistica de “I magnifici sette” che ripresi la mia attività di disegnatore di fumetti, sulle pagine de “Il Giornalino”. Era il ’95 ed ero abbastanza arrugginito. Ciò nonostante mi piacque molto, fu un momento di grande entusiasmo e rinnovate energie creative che, in quel periodo della mia esistenza, mi ridiede la vitale carica tipica degli anni giovanili. I risultati, naturalmente, è bene che siano in pochi ad averli visti. I disegni, infatti, risentivano chiaramente del lungo periodo di inattività. Dovetti cercare faticosamente una strada, uno stile, riappropriarmi della tecnica: non fu facile. Mi dedicai alla realizzazione di serie come “Lassie”, “Aquila blu”, ma credo che il personaggio del piccolo indiano Uskik, della serie “Cheyenne”, sia stato il più interessante da realizzare.

Il tuo ingresso alla SBE avviene nel 1995 in una maniera abbastanza particolare: realizzi infatti le matite di un episodio di Tex poi inchiostrato da Alarico Gattia. Come si è concretizzata questa estemporanea collaborazione alla testata regina della Casa Editrice?
Maurizio Dotti: Per la precisione, l’inizio vero e proprio della collaborazione con la Sergio Bonelli editore comincia nel Gennaio del ’96, con una storia di “Zagor”, su sceneggiatura di Mauro Boselli, intitolata “L’angelo della morte”. E’ vero però, che le matite di Tex che realizzai nel ’95 per la storia dal titolo “Glorieta Pass” mi valsero, in un certo modo, da biglietto da visita per l’inizio di una collaborazione che, felicemente, tuttora prosegue.
E’ sempre stato il mio sogno quello di riuscire a collaborare con questa grande casa editrice, sin da quando, giovanissimo, mi deliziavo della lettura delle splendide storie, magistralmente realizzate da altri. In anni diversi, svariate volte mi proposi alla casa editrice per una eventuale collaborazione, ma senza successo. Il caso ha voluto che Alarico Gattia, amico di vecchia data, al quale venne proposta la storia, mi chiedesse un aiuto per la realizzazione delle matite, che in seguito avrebbe inchiostrato. In quel periodo collaboravo con “Il Giornalino” e lavoravo come illustratore per alcune delle agenzie di pubblicità più importanti di Milano, ma l’idea di realizzare per intero le matite di un episodio del famosissimo ranger, mi galvanizzò all’inverosimile. Ero entusiasta e ce la misi tutta, tant’è vero che nel ’96, quando bussai nuovamente alla porta della Bonelli, nel mio Book c’erano le fotocopie delle tavole a matita, che piacquero a Boselli, tanto da dare inizio a quel rapporto di lavoro, nel quale tanto avevo sperato.

Qual è il tuo rapporto con Tex? Ti sarebbe piaciuto continuare la collaborazione con il fumetto più longevo d’Italia oppure hai nel tempo trovato maggiori affinità con altri generi, su tutti l’horror di “Dampyr”, serie della quale sei una colonna fin dal suo esordio in edicola?
Maurizio Dotti: Durante l’infanzia, la lettura di Tex, insieme alle poche altre di genere western che prediligevo, è stata la scintilla che ha innescato lo scoppio della passione. Passione per il disegno, per il western in tutte le sue forme, letterarie e cinematografiche, oltre che grafiche. Ci ritrovavo le emozioni che, mi si perdoni il confronto che ai classicisti potrà sembrare irriverente, poemi come l’Iliade e l’Odissea avevano saputo evocare in me. Il genere western, anche se oggi un po’ in ribasso, credo che possa essere, a buon diritto, considerato come il racconto epico moderno. Data la premessa, puoi immaginare quanto potrebbe piacermi poter realizzare le storie del nostro apprezzato ranger. Ciò nonostante ho imparato ad apprezzare le atmosfere, le ambientazioni e meccanismi narrativi che il genere Horror richiede. L’amicizia con Mauro Boselli, fatta di coincidenti sintonie estetiche e reciproco senso del rispetto sul lavoro, mi hanno semplificato l’approccio con un genere che, sia pur lontano dai miei interessi , ho imparato ad apprezzare e conoscere.

Dopo la breve parentesi texiana (di cui torneremo tra un po’) passi a disegnare Zagor. La tua versione del mondo dello Spirito con la Scure è molto realistica: sia nel disegnare l’eroe sia nel rappresentare trapper, soldati o pellerossa. Senza dimenticare la cura delle armi. È stata una tua necessità culturale oppure è stata mediata dai suggerimenti di Mauro Boselli, in quel periodo curatore di testata?
Maurizio Dotti: Mi compiaccio che, del mio lavoro su Zagor, tu abbia notato queste particolarità. Vuol dire che hai l’occhio dell’attento osservatore, del resto non ne dubitavo! Furono i primi lavori per la Bonelli e risentono visibilmente di una buona dose di insicurezza generata da inesperienza. Quello che però desideravo si vedesse, al di la dell’imperizia, era il gusto per la ricerca storica. E’ vero che Zagor si muove in un universo narrativo che è più spesso fantastico che realistico, ma con Mauro decidemmo per la seconda opzione. Tanto da decidere la dinamica della sparatorie, se ricordo bene, tenendo conto del fatto che in quel periodo le armi da fuoco erano tutte ad avancarica. Mi fece piacere che Mauro accettasse l’idea di veder rappresentato l’esercito degli Stati Uniti con le divise dell’epoca, piuttosto che nella versione stereotipata più nota. Ricordo che mi divertii molto, mi piace rendere graficamente il realismo delle epoche storiche attraverso i personaggi, l’ambiente e il loro abbigliamento: sono curioso e pignolo in queste cose e apprezzo, con una punta di benevola invidia, chi lo è più di me.

Per Zagor illustri due storie (lo speciale “L’angelo della morte” su testi di Boselli e la storia doppia “Gli sterminatori” scritta da Colombo). Cosa ricordi di questa esperienza? Ti sei trovato a tuo agio con il pittoresco “mondo” zagoriano ed alcuni suoi personaggi, Cico su tutti, sempre in bilico tra dramma e farsa?
Maurizio Dotti: Ricordo la piacevole e fibrillante sensazione della “prova”. Ero pieno di entusiasmo: collaboravo finalmente con la Bonelli, la casa editrice che aveva popolato la mia famelica adolescenza di lettore compulsivo, di indimenticabili miti avventurosi. Con Mauro Boselli ci intendemmo subito. Lui è molto sicuro di sé, sa quello che vuole e decide rapidamente; è stata per me un’ottima scuola. Mi chiese quale fosse l’ambientazione a me più congeniale, nella quale muovere i personaggi, dopodiché mi parlò rapidamente di un soggetto che gli frullava in quel momento nella testa: divenne lo speciale “L’angelo della morte”. Cavalli, indiani, trappers e un “cattivo” di tutto rispetto: cosa avrei potuto chiedere di meglio? Non meno soddisfacente l’esperienza con Maurizio Colombo. La sua proverbiale predisposizione al racconto di storie dure, forti e dinamiche nelle scene d’azione, mi ha galvanizzato. La sua storia doppia, “Gli sterminatori” e “Una pallottola per Kelso”, ha soddisfatto appieno la mia voglia di western. La presenza di un personaggio comico come Cico è utile ai lettori come piacevole intercalare leggero e interessante per il disegnatore che ha la possibilità di mettere alla prova la sua vena umoristica. Del resto il binomio “eroe e personaggio comico” è sperimentato e di lunga tradizione. Il fumetto ha fatto suo questo schema ampiamente utilizzato in letteratura e ancor più felicemente applicato nel cinema.

Su Zagor hai lavorato quindi con Mauro Boselli e con Maurizio Colombo: dall’analisi di quei due lavori traspare un forte legame artistico. Cosa ti accomuna, nella realizzazione dei due episodi zagoriani, con gli autori citati?
Maurizio Dotti: Per i primi tre, quattro anni lavorai per entrambi con grande soddisfazione. Mauro ha una scrittura meditata e prolifica, con situazioni ricche di personaggi che si muovono dentro vicende dalle trame articolate, nelle quali l’uso sapiente della narrazione si concretizza in storie mai banali e sempre dosate nella giusta alternanza di azione e descrizione. Le sceneggiature di Maurizio Colombo sono piene di azione e movimento, credo che la sua maggior fatica consista nel mitigare, per ovvie ragioni dettate dalla linea editoriale, giustamente assai attenta in fatto di raffigurazione della violenza, le scene cruente e sanguinose. Non ha grandi difficoltà, comunque, a mediare tra i suoi canoni espressivi e i limiti imposti. Non ho mai sentito il peso della noia, nel dar forma grafica alle loro storie. Ciò significa che ho forti punti di contatto con entrambi.

Di lì a breve la collaborazione con Boselli e Colombo ti porta sulle pagine della loro creatura Dampyr (2000), testata di cui sei una colonna. Com’è stato il tuo approccio al realismo fantastico della serie?
Maurizio Dotti: Penso avrei accettato qualsiasi cosa mi avessero proposto. Lavoravo già da tre anni per la Bonelli e quando mi chiesero di disegnare Dampyr fui lusingato e preoccupato al contempo. Non ero sicuro di riuscire a rendere le atmosfere horror-noir, che sono la cifra estetica del fumetto. Non mi sentivo nemmeno preparato per il genere fantastico, che richiede una buona dose di creatività visionaria.

La necessità di dovere disegnare vampiri e creature fantastiche in genere ti ha spaventato?
Maurizio Dotti: Ciò che mi spaventava era misurarmi con un mondo che non conoscevo, dai caratteristici canoni espressivi: come nel western non possono mancare il sole, la polvere, i cavalli, nel genere Horror a farla da padrone sono il buio, le atmosfere inquietanti e la suspence: avrei saputo rendere graficamente tutto ciò in modo convincente?

Cosa più apprezzi nelle storie di Dampyr, almeno in quelle da te realizzate?
Maurizio Dotti: Apprezzo il fatto che il disegnatore di Dampyr non si annoia. Questo è dovuto alle infinite varietà narrative attraverso le quali il fumetto si esprime. Le ambientazioni possono essere infinite, se consideriamo anche i moltissimi salti temporali, variamente presenti nelle storie, fino ad arrivare, in certi casi, a calare l’intera vicenda nel passato.

In Dampyr le storie sono spesso ambientate in vari regioni del mondo: quale ambientazione, tra quelle realizzate, ti ha più gratificato illustrare?
Maurizio Dotti: Non stupirà se dico che l’ambientazione più accattivante, al di la’ del risultato finale che non sta a me giudicare, è stata la doppia storia de “La banda dei morti viventi” e “Arizona killers”. Dico un’ovvietà, se si considera la mia propensione per il genere western. La verità è che io amo tutte le storie nelle quali c’è una buona parte dell’avventura, se non tutta, ambientata in altre epoche storiche.

Quanto tempo impieghi per disegnare una tavola? Hai degli orari? Come si articola una tua giornata tipo fra lavoro, letture, tenerti informato, ozio, vita familiare?
Maurizio Dotti: Bella domanda questa! Come si articola la giornata di una persona che si diverte moltissimo lavorando e che viene pure pagata per farlo? Siamo in quattro in famiglia, i figli sono più che adolescenti, ma ciò non è esente da responsabilità e oneri, come è noto a chiunque ne abbia. Riesco, a fatica, a fare circa venti tavole al mese, ma ho anche interessi personali che mi preme coltivare: la lettura, gli spettacoli, andare a cavallo, riuscire ad andare con una certa regolarità in piscina, vedere gli amici ed essere con i miei cari nei momenti di comune vita famigliare: come si fa a fare tutto questo, quando tra la vita e il lavoro c’è una semplice porta, quella dello studio, che essendo nell’abitazione è così facile da aprire, tanto facile che spesso rappresenta un problema? Fare fumetti, vuole spesso dire non aver paura di far tardi sulle tavole e per me questa è una condizione cronica. Penso che per fare questo lavoro si debba avere alle spalle una moglie innamorata, paziente e comprensiva, io credo di avere anche questa fortuna.

Com’è lavorare nella Sergio Bonelli Editore?
Maurizio Dotti: Da sempre è stato il mio sogno e posso dire, dopo quindici anni di felice collaborazione, che non ho nulla, proprio nulla di cui lamentarmi. Molti miei colleghi hanno cercato sbocchi francesi, penso più per il mito di cui gode da sempre il fumetto d’oltralpe, piuttosto che per il vero piacere di pubblicare in quel paese, nel quale, a detta di molti, non è tutto oro quel che riluce. Certo, per chi come me ha dei ritmi piuttosto intensi, il tempo non basta mai, ma penso si debba trovare quel giusto equilibrio che sappia soddisfare le esigenze di qualità con quelle della produzione. Penso che alla Bonelli, queste caratteristiche siano entrambe presenti, perseguite con grande professionalità da parte di tutti coloro i quali collaborano alla confezione del prodotto.
Io sono molto contento di lavorare in questa casa editrice. Fuor da ogni piaggeria posso dire che ho molta ammirazione per Sergio Bonelli, gli sono grato per aver contribuito ad allietare, con i frutti del suo lavoro, i lontani anni della mia adolescenza, alimentando in me quella passione che oggi promuove e sostiene come professione: potrei non essergli grato?

Il tuo sodalizio con lo sceneggiatore Mauro Boselli inizia sulle pagine di Tex, si sviluppa con Zagor e si consolida grazie alle centinaia di tavole per Dampyr. Da tutte queste storie traspare una grande affinità lavorativa nel tempo instauratasi tra di voi. Quali particolarità comporta collaborare così a lungo con uno degli sceneggiatori di punta della SBE, ritenuto pignolo e particolarmente esigente nei confronti di voi disegnatori?
Maurizio Dotti: La forte personalità di Mauro Boselli mi colpì da subito, penso di non essere smentito se dico che da subito ci fu sintonia. La sua grande cultura e l’enorme poliedricità di interessi mi fu subito evidente quando, al secondo incontro, ormai quindici anni or sono, a una mia frase circa il virtuosismo tecnico del “basso profondo” che, nel ruolo di Sarastro dal “Flauto Magico” di Mozart, si deve cimentare con la nota più bassa che sia mai stata cantata nell’opera lirica, a colpo sicuro, incominciò a intonare il brano. Credo che la sua caratteristica principale sia la grande sicurezza nel decidere; è molto importante per un disegnatore lavorare con un persona come Mauro che sa decidere senza tentennamenti. Le sue sceneggiature sono accurate, spiegano esattamente, anche in forma grafica (vale a dire con piccoli schemi fatti di frecce direzionali e minimi abbozzi iconici), lo svolgersi dell’azione.
Seguire le sue indicazioni, significa non sbagliare. Ciò che chiede è che si segua la sceneggiatura, al disegnatore viene lasciata molta libertà nelle inquadrature, sempre che l’eccessiva carica creativa non vanifichi la prioritaria esigenza di leggibilità. Collaborare con persone come Mauro, significa imparare a raccontare con chiarezza; il disegnatore è spesso trascinato dal disegno, privilegia l’inquadratura accattivante rispetto a una che, pur essendo più banale, è più chiara e leggibile: raccontare per immagini significa trovare il giusto equilibrio fra tutte le componenti in gioco. Quando ci capita di essere in disaccordo nell’impostazione di una tavola, cosa che non succede frequentemente, cerco di difendere e motivare le mie scelte, ma di fronte alla sua logica stringente, devo spesso ricredermi. Nei rari casi in cui riesco a spuntarla, mi tributa un laconico: “mi hai convinto!”

Passiamo di nuovo al Ranger che dà nome a questo blog: Chi o cosa è Tex secondo te? Cosa ti piace di più nel Ranger e cosa di meno?
Maurizio Dotti: E’ l’eroe senza macchia e senza paura, forse qualche macchiolina nel suo lontano passato, ma dalla quale si è subito riscattato. Un eroe vecchio stampo, che, forse proprio per questo, è riuscito ad affascinare diverse generazioni di lettori, grazie alla sua capacità di rinnovarsi senza mutare. I suoi narratori sono stati capaci di raccontare senza ripetersi; cosa non facile, se pensiamo ai ristretti canoni espressivi di un genere come il western. Personaggio granitico, senza cedimenti, sicuro di se e, ciò che più lo caratterizza, vendicatore di torti e tenace persecutore di malviventi. Quale altro personaggio potrebbe meglio soddisfare, nel lettore, quell’innato, rassicurante senso di giustizia? Direi che è senza dubbio un personaggio di grande carisma, nei confronti del quale il meccanismo del transfert avviene spontaneo; è chiaro che un personaggio del genere può anche suscitare antipatia: la sua estrema sicurezza e la proverbiale infallibilità, possono destare qualche legittima irritazione, ma se cosi non fosse, non sarebbe Tex.

Ritieni che Tex sia cambiato negli ultimi anni? Sotto quali aspetti?
Maurizio Dotti: La tradizione è sempre un punto di partenza, mai un punto d’arrivo; se Tex non avesse saputo trasformarsi, non avrebbe retto al susseguirsi delle generazioni di lettori. Gli sceneggiatori vivono il tempo presente e pur mantenendo intatti i canoni espressivi attraverso i quali il personaggio si racconta, sono autori fortemente suggestionati da questa nostra temperie culturale e di questa sono i naturali portatori. Penso che ciascuno possa riconoscere nelle trame, nei personaggi e nelle ambientazioni, la benefica influenza che cinema e letteratura esercitano e hanno esercitato con innegabile beneficio. I nuovi narratori hanno saputo mantenere intatto il carattere del personaggio, soddisfacendo le aspettative di lettori più esigenti rispetto al passato.

Tu adesso segui le orme di altri tuoi colleghi (ad esempio Marco Torricelli, Stefano Andreucci, Mauro Laurenti) nelle peregrinazioni di Boselli da una testata all’altra della Casa Editrice, no? Il parco disegnatori di Tex negli ultimi anni sì è costantemente sviluppato, ed il tuo passaggio su Tex è stato facilitato da alcuni fattori: conosci già il personaggio, hai già affrontato tematiche western e, in confronto a molti altri tuoi colleghi, sei anche piuttosto veloce.
Maurizio Dotti: Per me, tornare a disegnare il fumetto western vuol dire nuova carica, nuovo entusiasmo. Ciò non significa che mi dispiaccia disegnare Dampyr, anzi, ma per l’innata insoddisfazione che affligge l’essere umano, sempre alla ricerca di ciò che ritiene il meglio, vuol dire per me coronare un desiderio.

Cosa ci puoi dire della storia di Tex alla quale stai lavorando?
Maurizio Dotti: Mi spiace deludervi, ma ben poco. Dato il gran numero di sceneggiature che Mauro Boselli scrive contemporaneamente, sarebbe impensabile che desse al disegnatore l’intera storia, infatti al momento ho venti pagine nelle mie mani, quindi non so pressoché nulla della vicenda. Posso solo dirvi che le prime sono venti tavole di grande azione ambientate in Messico, purtroppo nient’altro.

Come hai ricevuto l’invito?
Maurizio Dotti: Era nei progetti  che il mio passaggio a Tex avvenisse fra circa un anno, giusto il tempo di realizzare altre due storie di Dampyr: una di Mignacco e uno speciale di Mauro ambientato in Islanda. Fu una telefonata simpatica, nella quale Mauro esordì dicendo che i programmi erano cambiati, che non avremmo più realizzato lo speciale islandese perché, così mi disse: “Tex non è mai stato in Islanda”, me lo feci ripetere due volte fra pause di compiaciuto e incredulo stupore. È stato un momento bellissimo e lo è tuttora, ricco di nuovo e prolifico entusiasmo; ho rivissuto e rivivo gli anni della frenesia giovanile per questo straordinario e incredibile lavoro e per questa ragione non finirò mai di ringraziare Mauro. Ci ha creduto, tanto da privare Dampyr, la testata di cui è creatore, di uno dei collaboratori più prolifici, non è una scelta di poco conto.

Come ti senti a misurarti con il Ranger in una storia completa?
Maurizio Dotti: La prima cosa che mi viene in mente è “entusiasta”, poi, quando ci penso a freddo, capisco che è una prova da superare; dopo tutto è la testata più importante della casa editrice e la qualità del disegno deve esserne all’altezza. Non mi preoccupa la resa dell’ambientazione western, che sento essere nelle mie corde, ma la rappresentazione dei personaggi. I quattro personaggi principali devono essere credibili, carismatici e immediatamente riconoscibili per la loro carica espressiva. Soprattutto Tex, che pur agendo attraverso poche, stereotipate e canoniche espressioni facciali e posturali, come è tipico dell’eroe a tutto tondo, granitico nelle sue certezze, deve dare l’idea immediata del protagonista cui, da sempre, siamo abituati. Penso sia questo il problema più grande quando si affrontano personaggi di tale notorietà, renderli immediatamente riconoscibili. Ci sto provando!

Ti piace il western? Credi che, dopo la chiusura di Magico Vento, il portabandiera dei fumetti di questo genere rimanga solo l’inossidabile ranger oppure secondo te c’è spazio per effettuare nuovi tentativi?
Maurizio Dotti: Quanto mi piaccia e perché il genere, credo di averlo detto più che ampiamente e non voglio tediare ulteriormente il povero lettore, già abbondantemente provato dalla mia irrefrenabile prolissità. Certo, purtroppo, la realtà è che non siamo in molti ad amare il western, quindi non c’è da stupirsi che nel panorama italiano le proposte siano così poche. Ci vorrebbe un’idea geniale che sapesse riproporre l’argomento in chiave nuova e creativamente efficace, cosa non facile per un tema sul quale si è detto tutto.

Come vedi il futuro del Ranger?
Maurizio Dotti: Questa è una domandona! Chi può rispondere? Già è miracoloso che un personaggio come questo abbia attraversato tutti questi anni, fatti di continui e repentini cambiamenti culturali e di gusto, mantenendo immutata la sua patina e inalterato l’apprezzamento da parte del lettore. La speranza è che la sua vita possa durare ancora molto a lungo, ma… come dire, è una speranza molto, molto interessata.

Al di fuori della Bonelli, hai realizzato illustrazioni di libri per ragazzi. Parlaci di questa tua esperienza.
Maurizio Dotti: Lavoravo per la MIA (Milan Illustration Agency) che ha sede in Milano e ha contatti in tutto il mondo. Questa agenzia che si occupa di illustrazione, promuove l’opera di diversi autori grazie ai suoi contatti internazionali e attraverso la partecipazione alle numerose mostre del libro che si tengono nelle più svariate parti del mondo. Uso il verbo “lavoravo” perché da diverso tempo non mi occupo più di illustrazione, il lavoro del fumetto, se fatto con serietà e dedizione, non lascia tempo per altro.
Ho realizzato lavori per la Nuova Zelanda, per la Francia e in parte anche per il mercato italiano tra il ’93 e il 2000. Era illustrazione di libri per ragazzi e mi piaceva dedicarmici di tanto in tanto. Usare i colori è sempre stata una mia grande passione; richiede perizia e attenzione, ma anche una grande dose di istintività sapientemente temperata dalla competenza. Dalle scenografie teatrali, ai bozzetti dei costumi per passare poi al lavoro steressante di illustratore per la pubblicità e infine per l’editoria, posso dire di aver imbrattato chili di carta con i colori e mi ci sono molto divertito, ora vedo il mondo in bianco e nero.

Il fumetto della SBE è sempre stato il tuo obiettivo oppure avresti preferito fare il cosiddetto “fumetto d’autore” come Pratt, Battaglia, Toppi, Manara?
Maurizio Dotti: Ho già avuto modo di dirlo, ma da quando avevo 11, 12 anni e scopiazzavo malamente il magnifico Tex del grandissimo Giovanni Ticci, lo facevo con il proposito, più o meno conscio, di bussare un giorno alla porta della casa editrice Bonelli, con la mia cartella di disegni sotto il braccio. Non ho mai pensato al fumetto d’autore, ne ci penso ora; non so per quale ragione, forse la paura di mettersi in gioco, forse per quel senso di insicurezza che mi ha sempre accompagnato nella vita e a dispetto del quale ho ottenuto ciò che fortemente volevo o forse perché è più semplice raccontare le storie di altri, per tutte queste ragioni e forse per altre che non so, non ho mai pensato, salvo rare piccole eccezioni, perlopiù riposte in un cassetto, a realizzare storie tutte mie. Chissà, forse in futuro.

Che progetti ci sono nel tuo futuro? Puoi già anticiparci qualcosa?
Maurizio Dotti: Non ho grandi aspirazioni da realizzare, se non quella di proseguire la collaborazione con la casa editrice, dopo tutto è stata la mia aspirazione da sempre: cosa desiderare di più?

Quali fumetti leggi attualmente, ovvero con quali ti identifichi maggiormente?
Maurizio Dotti: Leggo principalmente Dampyr, com’è naturale e Tex, di tanto in tanto. Qualche fumetto d’autore, sempre che mi piacciano molto i disegni: si, questo è un mio limite, mi devono piacere molto i disegni perché mi accinga a leggerlo. Posso dire che l’ultimo fumetto che mi ha veramente stregato e che avrei tanto desiderato disegnare è Ken Parker, un personaggio straordinario, dalle vicende straordinariamente narrate.

Oltre ai fumetti, quale tipo di libri leggi? E quali le tue preferenze nel campo del cinema e della musica?
Maurizio Dotti: Devo dire che, essendo il mio tempo libero molto limitato, tendo a privilegiare la lettura di un libro. La lettura è per me qualcosa di necessario e indispensabile, un atto compulsivo e spasmodico. Potrei azzardare il paragone del goloso davanti a una tavola ricca di ogni ben di Dio, non sa da dove cominciare, prende di tutto e più di quanto lo possa saziare. Spesso con Mauro si parla di libri, del resto lui è un mio punto di riferimento, e ci si rammarica per la brevità della vita rispetto al fatto che non ci basterà per leggere tutto quel che vorremmo.
Il tipico effetto che si genera con atteggiamenti di questo tipo, è la classica pila di libri iniziati e letti contemporaneamente a momenti alterni, nel vano tentativo di riuscire a beffare il tempo e la vita. Sicuramente il romanzo è il genere che preferisco, noir, d’ambientazione storica; amo moltissimo i classici ma non disdegno il saggio filosofico con predilezione per i pamphlet su etica, religione e laicità. Divoro con passione (come il nostro ghiottone di prima), i saggi sul cinema e le biografie di attori e registi, soprattutto dell’epoca d’oro di Hollywood. Devo fermarmi, in questi casi mi è difficile farlo, ma non posso approfittare troppo della pazienza dell’incauto lettore, comincerei con l’elenco dei titoli e sarebbe finita. Mi limiterò a citare Dumas, Hugo, Stevenson, Dostoevskij, Stendhal, Melville, Dickens, Céline, London, Hammett, Thompson, Goodis, Woolrich, King, Leonard, MC Carthy, Lansdale, Follett ecc…

Bene, noi avremmo finito. C’è ancora qualcosa che vorresti dire? Qualcosa che non ti è stato chiesto e che avresti assolutamente voluto far sapere ai nostri lettori?
Maurizio Dotti: Sarei un sadico a voler infierire aggiungendo dell’altro. Grazie a te e ai tuoi collaboratori per avermi gentilmente chiesto di esprimermi su argomenti che mi sono cari e grazie a chi, con una buona dose di virtuosa pazienza, mi dedicherà attenzione. Faccio parte di quella categoria di persone che lavora per allietare il tempo libero, occupandolo con quell’ozio, che spero e credo creativo, tanto utile alle nostre delicate ed effimere cellule cerebrali. Mi trovo bene nel mio ruolo, spero altrettanto per voi nel vostro: buona lettura per sempre a tutti!

Caro Maurizio Dotti, a nome del blog portoghese di Tex ti ringraziamo moltissimo per l’intervista che ci hai così gentilmente concesso.

(Cliccare sulle immagini per vederle a grandezza naturale)

3 Comentários

  1. Ottima intervista, come sempre: complimenti!!
    Che dire? Che sono contento che a disegnare Tex sia un disegnatore che lo ha sempre amato e che voleva disegnarlo da tempo.
    E il fatto che Dotti sia veloce mi rende ancor più soddisfatto di questo ingaggio!

    Sulla sua interpretazione dei nostri non mi pronuncio: attendo di vedere la storia (anche perchè comunque sono solo schizzi).

  2. Maurizio Dotti, è il mio preferito insieme a Claudio Villa.
    Bellissima intervista.
    Sono impressionata dalla sua velocità!!
    Come si fa ad essere così veloci e incredibilmente bravi?
    Complimenti.

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