Intervista esclusiva: ANDREA VENTURI

Intervista condotta da José Carlos Francisco, con la collaborazione di Giampiero Belardinelli e Roberto Pagani per la formulazione delle domande, di Júlio Schneider (traduttore di Tex per il Brasile) e di Gianni Petino per le traduzioni e le revisioni e di Bira Dantas per la caricatura.

Ciao carissimo Andrea Venturi, e benvenuto sul blog portoghese di Tex! In breve, un cenno su di te per farti conoscere agli utenti del Blog do Tex.
Quali sono state le tue letture – fumettistiche e non – nell’infanzia e nell’adolescenza
?
Andrea Venturi: Ero un bambino negli anni Sessanta, quindi non poteva mancare Topolino fra le prime letture. Anzi, prima ancora di leggerlo io, mia madre, con pazienza, me lo leggeva mentre io guardavo le figure. Ancora non ne conoscevo i nomi ma “sentivo” la personalità di autori come Scarpa, Carpi, Cavazzano… Mio papà leggeva spesso Tex e mi faceva conoscere così Galleppini e il suo tratto inconfondibile. Anche Zagor mi piaceva tanto e il tratto al pennello di Gallieno Ferri, morbido, pastoso, d’atmosfera mi rimaneva dentro. Poi, arrivarono in Italia i primi albi dei supereroi Marvel, rimasi folgorato da un episodio dei Fantastici Quattro, il successivo era annunciato in quarta di copertina e io ho fantasticato tantissimo su quella copertina, immaginavo tante storie possibile partendo da quello spunto. Non sapendo però se sarei riuscito a farmelo comprare. Per quanto i miei genitori fossero comprensivi e generosi dovevamo fare necessariamente i conti con il bilancio familiare. Comunque riuscii a seguire questa serie e, più sporadicamente, altre serie come Devil che ospitava uno dei miei fumetti preferiti, il Silver Surfer disegnato da John Buscema! Un altro appuntamento regolare era il Corriere dei Piccoli, poi divenuto Il Corriere dei Ragazzi. Una maestra delle mie scuole elementari fortunatamente lo consigliò alle famiglie per alcune schede contenute all’interno, adatte alle ricerche scolastiche di storia, geografia…
Di quelle schede non ricordo poi molto ma ho ben impresso in mente il contenuto di fumetti e illustrazioni della rivista. Erano presenti i migliori disegnatori e illustratori italiani, nomi come Aldo di Gennaro, Sergio Toppi, Ferdinando Tacconi, Dino Battaglia, Hugo Pratt, Grazia Nidasio, Mario Uggeri… i classici realistici o umoristici del fumetto franco-belga, quindi Michel Vaillant, Ric Hochet, Bernard Prince, Luc Orient, Franquin e tanti altri. Li ritrovai, grazie a mio zio e alla sua collezione, nella bella collana dei Classici Audace insieme a un’altra serie fondamentale per il mio immaginario, Blake & Mortimer! Poi ancora Flash Gordon di Alex Raymond, Steve Canyon di Milton Caniff, Frank Robbins e il suo Johnny Hazard, Mort Cinder di Breccia e Oesterheld, i preziosi Albi del Falco, l’Alan Ford di Magnus… Ho dato la caccia a tutti questi autori per anni in tanti negozi e negozietti che vendevano l’usato. Mi dispiace, il discorso tende ad allargarsi e forse diventa tedioso. Il fatto è che ogni autore che mi viene in mente mi sembra così indispensabile e appassionante… e l’orizzonte nel tempo si fatto sempre più vasto. Per non annoiarvi ulteriormente dirò solo che veramente significativo fu conoscere il lavoro di magnifici illustratori come Norman Rockwell, Frank Frazetta, di quel talento infinito che è Giraud-Moebius… e recuperare un rapporto più stretto con Tex appassionandomi all’interpretazione di Giovanni Ticci, di Claudio Villa, di Fabio Civitelli. Poi arrivò Dylan Dog. Ognuna di queste passioni devo dire mi accompagna sempre, durevole, anche adesso, insieme alle nuove scoperte. Peccato che spesso manchi il tempo per leggere e rileggere.

Qual è stata la molla che ti ha spinto alla passione per il disegno?
Andrea Venturi: Penso proprio le letture dell’infanzia di cui sopra.

Dopo alcuni lavori nella grafica pubblicitaria, sei entrato a far parte dello studio di Bruno Bozzetto: cosa ricordi di quell’esperienza?
Andrea Venturi: Proprio a far parte no, ho collaborato solamente con loro ad alcuni progetti pubblicitari. Per uno degli spot si trattava di realizzare fondali pittorici ispirati allo stile di Biancaneve della Disney. Anche la Bozzetto aveva accompagnato la mia infanzia, film come “Vip mio fratello superuomo”, “West and Soda”, i cortometraggi del Signor Rossi. Ricordo di aver dato un’occhiata alla stanza dove si coloravano i fogli di acetato, i trasparenti per l’animazione secondo la tecnica tradizionale, c’erano ancora barattoli di colore, pennelli… mi emozionava. Come sappiamo, incredibilmente in pochi anni, le nuove tecnologie hanno rivoluzionato tutto, sostituendo anche manualità antiche. Mi fa effetto pensarlo. Comunque alla Bozzetto trovai molta cortesia e, come mi aspettavo, molta professionalità… e un vivacissimo Bruno Bozzetto. E’ stata una bella esperienza.

Nel 1989 entri nel mondo del fumetto, collaborando alla testata Mostri delle Edizioni Acme. Ti ritieni soddisfatto di quella collaborazione?
Andrea Venturi: Sì, certamente, ricordo un primo amichevole incontro con Silver, nel suo ufficio di Milano, era verso sera e si poteva parlare tranquillamente. Avevo portato qualche cosa dei miei lavori passati, qualche esercizio da mostrare. Se ricordo bene, Silver mandò un fax con qualche immagine alla redazione di Roma della Acme e mi offrì di realizzare una storia breve per quella loro rivista. Sì, certo, fu una soddisfazione, specialmente poi per un esordiente quale ero.

Comunque quel lavoro ti ha portato fortuna: sei entrato in contatto con la Sergio Bonelli Editore e, nel 1992, debutti su Dylan Dog. Come è avvenuto il tuo ingresso nello staff, sei stato contattato dal direttore generale Decio Canzio e da Tiziano Sclavi, creatore del personaggio, che a quel tempo ricopriva anche la carica di curatore della testata? Come ti sei sentito in quel momento?
Andrea Venturi: E qui mi piacerebbe sapermi esprimere meglio perchè è stato per me un momento veramente importante. Mi piacerebbe di rendervi la sensazione. Però cominciamo dall’inizio. Non so ancora come ho fatto ma in qualche modo sono riuscito a vincere la timidezza, l’emozione e sono riuscito a telefonare ad uno degli idoli della mia gioventù, Aldo Di Gennaro. Ora, Aldo Di Gennaro è uno dei più grandi e più versatili illustratori italiani, conoscevo a memoria centinaia di sue illustrazioni e suoi capolavori a fumetti come la serie “Il Maestro” su testi di Mino Milani.
Quello che ancora non sapevo andando all’appuntamento era che avrei incontrato un sincero amico che con grande semplicità, grande disponibilità mi avrebbe ascoltato e aiutato. Di Gennaro alzò il telefono e chiese per me contemporaneamente due appuntamenti, uno con Silver, di cui dicevo prima, e uno, la mattina dopo alla Bonelli, che mi furono gentilmente concessi. La mattina alla Bonelli, iniziata col cuore in gola per ovvie ragioni, è cominciata con il sorriso e l’accoglienza di Maria Baitelli, l’efficientissima capo redattrice di allora, del direttore Decio Canzio e di Tiziano Sclavi che all’epoca penso venisse ancora spesso in casa editrice. Osservarono i miei lavori – ho già detto che avevo il cuore in gola? Mi sembra di sì -, poi Sclavi disse che sì, aveva ancora bisogno di qualcuno nello staff di Dylan Dog, se mi andava di provare. Dovetti sospendere l’incredulità e pronunciare un “sì, certo!” sempre con quel cuore in gola. L’atmosfera era quella della Bonelli, informale, amichevole, famosa presso i lettori e incredibilmente reale lì, davanti ai miei occhi.

Quali sono state le difficoltà del tuo primo episodio di Dylan (L’uomo che visse due volte, DD 67). E come ti sei trovato a lavorare con uno sceneggiatore innovativo come Sclavi?
Andrea Venturi: Riprendendo da dove eravamo rimasti, ricordo che, come si faceva usualmente, mi diedero tre tavole di prova da realizzare per Dylan, tre situazioni tipiche in cui avrebbe potuto trovarsi. Una di atmosfera, nella nebbiosa notte londinese, un’altra un pò più splatter e una con il consueto colloquio fra Dylan e la cliente di turno nello studio della sua casa. Guardando poi queste prove con Sclavi vennero fuori cose che promettevano bene ed altre che ancora tradivano la mia inesperienza. Comunque, consultandosi con il direttore, venne questa proposta: “Tiziano deve iniziare adesso una nuova sceneggiatura, se ti va, possiamo affidarti le prime dieci tavole e poi vedere come va”. Era naturalmente una proposta fantastica, perchè introduceva ad un’ulteriore periodo di prova, più che giusto, ma aggiungeva anche uno stimolo fortissimo come quello di poter lavorare su una sceneggiatura vera e propria. E di Sclavi! Ho cercato di fare del mio meglio quindi per quelle dieci tavole, cercando di correggere quelle cose che ancora non andavano nelle tre tavole della prima prova e che facevo fatica, nella mia inesperienza, a vedere. Adesso le vedo benissimo e mi domando come abbiano fatto a prendermi! Le difficoltà sono state quelle tipiche legate agli esordi, legate alla preoccupazione che il mio disegno fosse compiuto in modo professionale come l’occasione richiedeva. Comunque, alla fine le cose sono andate bene, sembra, e abbiamo proseguito con quella che è stata la mia prima storia e che è, appunto, “L’uomo che visse due volte”. Essendo, in parte, ispirata al “Fu Mattia Pascal”, lessi prima il romanzo. Ho riletto anche tutta la collana, fino ad allora una cinquantina di numeri, per cercare di capirne meglio lo spirito, le caratteristiche grafiche e soprattutto quelle dei personaggi principali.
Anche se era poi interpretata diversamente dai vari, bravissimi , disegnatori la serie aveva già una sua “immagine” coerente, riconoscibile. Poi cercai di ricavarmi i modelli dell’antagonista di Dylan per quella storia. Sclavi mi aveva suggerito genericamente alcuni attori come riferimento. Ero contento perchè erano attori che mi erano sempre piaciuti molto, fisionomie molto interessanti. In genere si fa riferimento agli attori fra sceneggiatore e disegnatore per avere un’idea immediata del tipo umano che si cerca. Ne scelsi uno, raccolsi foto e video, e cercai di disegnarlo molto per assimilarne i tratti. Non volevo usare direttamente modelli fotografici nel disegnare la storia anche perchè poi, pensavo, non trovando mai una foto per ogni espressione, per ogni angolazione necessaria, si vedrebbe troppo la differenza fra ciò che deriva da una  foto e quello che è disegnato autonomamente. E poi perchè quest’ultimo è il modo di disegnare che preferisco. Lo stile innovativo di Sclavi è fatto di tante cose, anche di una geniale, affettuosa mescolanza di tanto immaginario collettivo della nostra generazione, quindi ritrovavo nelle sue sceneggiature echi di altri fumetti, di letteratura, di cinema che conoscevo ed amavo anche io. E così provavo spesso un forte senso di familiarità, di condivisione nelle situazioni che proponeva. Il tipo di cosa che provavano anche i lettori, penso.

Nel 1993 ti viene affidato il racconto “Johnny Freak” (DD 81). Nel giro di un anno hai realizzato due episodi – tra i tanti – di culto della serie. Un’esperienza da far girare la testa?
Andrea Venturi: Sì certo. Ma per me il solo fatto di lavorare per Bonelli, per Dylan Dog, per Sclavi era già roba da far girare la testa. Sapevo comunque che non era il caso di montarsela, semplicemente avevo avuto la fortuna di due ottime sceneggiature e devo davvero ringraziare per questo Sclavi, Mauro Marcheselli che scrisse il soggetto per “Johnny Freak”, e Sergio Bonelli.

Mentre disegnavi “Johnny Freak” avevi la percezione che sarebbe da subito diventato un episodio di culto per migliaia di fan dell’Indagatore dell’incubo?
Andrea Venturi: Non era difficile, leggendo la sceneggiatura, sentire la partecipazione con cui era stata scritta. Ricordo che all’inizio Sclavi mi parlò di “Freaks”, il film di Browning, dicendomi che molto dello spirito di Dylan veniva da lì. Ma per quanto riguarda la mia parte, il mio pensiero davanti alla pagina era solamente quello di fare del mio meglio, la preoccupazione di interpretarla bene. La bellezza della sceneggiatura avrebbe resistito ai miei disegni? Questa più che altro era la domanda che mi ponevo.

Da lettore, non credi che questa storia possa aver rappresentato un “punto di rottura” all’interno della saga? Dopo quest’albo infatti calano drasticamente le scene splatter, si perde via via una certa “cattiveria” che aveva contraddistinto buona parte della serie e affiorano invece con prepotenza tematiche sociali ed un buonismo di fondo, quasi che Sclavi fosse preoccupato dall’enorme successo del suo personaggio e volesse imprimere una sterzata alla saga, aggirando in tal modo le critiche ai fumetti horror (allora furoreggianti) da parte dei benpensanti.
Andrea Venturi: A me Dylan è sempre sembrato una creatura molto sincera di Tiziano Sclavi. Quindi non penso che ci sia stato un cambiamento studiato a tavolino per evitare qualcosa. Naturalmente bisognerebbe chiedere all’autore stesso. Personalmente ho sempre pensato che un artista come Sclavi sia naturalmente portato a non cristallizzarsi in una formula che a lungo andare può diventare ripetitiva, a esplorare nuove vie. Poi credo anche che l’essenza di Dylan non stesse nello splatter, anche se questo era un elemento interessante che, come succede al cinema, ci consente di giocare un pò con le nostre paure. Penso che questo gioco fosse perfettamente capito dai lettori e inquadrato correttamente nel contesto ironico, poetico, fantastico delle storie di Dylan.

Ritornando a Sclavi, le sue poche sceneggiature rese pubbliche evidenziano una grande cura nelle descrizioni e la precisa volontà di cercare un dialogo con il disegnatore, stimolando quest’ultimo a tirare fuori il meglio di sé. Hai qualche ricordo particolare di quei tempi?
Andrea Venturi: Sì, mi ricordo che c’erano anche giochi di parole, battute, piccole (o grandi) sfide lanciate al disegnatore. Mi sentivo privilegiato perchè ero il solo, o quasi, che le avrebbe lette. Non dimentichiamoci del fan che era sempre dentro di me e che quando leggeva quelle cose esclamava “Incredibile! Sclavi che scrive questo solo per me!”. Ma chiunque abbia letto la sceneggiatura di “Memorie dall’invisibile” scritta per Casertano e pubblicata in forma di testo qualche anno fa sa di che cosa parlo.

Prima di entrare nel merito del tuo lavoro texiano, soffermiamoci sulle copertine di Magico Vento a tua firma. Chi ti ha proposto il lavoro?
Andrea Venturi: Ricevetti una telefonata dal direttore Decio Canzio, che mi propose la cosa, ma naturalmente era una decisione presa di concerto insieme a Sergio Bonelli, a Gianfranco Manfredi, al curatore della serie Renato Queirolo.

La colorazione è stata tua o ti sei limitato alle indicazioni?
Andrea Venturi: Per le prime dieci ho fornito le indicazioni, poi per le successive è stato fotografato anche il colore che fornivo. Coloravo delle fotocopie all’acquerello, non so se interessa come curiosità ma lo dico: l’uso delle fotocopia è ispirato dalla prudenza perchè così, in caso si faccia qualche errore sulla colorazione, si può ricominciare da capo su un’altra fotocopia senza aver colorato, e compromesso, il disegno a china originale. Adesso altre tecniche, digitali, vanno soppiantando questa pratica. Il loro vantaggio è quello di una elasticità davvero notevole. Vorrei avvicinarmi a queste cose, fare un pò di pratica ma finora ho rimandato per questioni di tempo.

Come venivano sviluppati i soggetti delle copertine?
Andrea Venturi: Il mio tramite era Renato Queirolo, il curatore della serie, il coordinatore e l’armonizzatore del lavoro per l’intera serie. Lui mi forniva uno spunto, magari accompagnato da qualche immagine della storia che poteva servire come riferimento. Penso che questo fosse naturalmente concertato insieme al creatore di Magico Vento, Gianfranco Manfredi. Io cercavo di sviluppare quello spunto in alcuni bozzetti alternativi, in genere tre. Poi ne discutevamo, appunto, insieme a Queirolo. Lì potevamo vedere gli aggiustamenti che si potevano fare per migliorare la resa della copertina, a volte il bozzetto definitivo nasceva dalla fusione di alcune idee che si trovavano prima separate in bozzetti diversi. Una combinazione alla quale magari in un primo momento non avevo pensato.
La competenza di Queirolo mi ha spesso spinto a cercare soluzioni nuove che in un primo momento non avevo considerato. A volte mi disse di aver fatto fare a qualche mio bozzetto un giro della redazione, in cerca di pareri, di sguardi freschi su quell’immagine, più freschi dei nostri che magari ci lavoravamo da giorni. L’ho sempre trovato giusto, si trattava, credo, di cogliere quell’impressione di primo impatto, simile a quella che poi i lettori avrebbero provato vedendo improvvisamente la copertina in edicola. E comunque per un’approvazione definitiva potevamo sempre contare sullo sguardo di Sergio Bonelli che quanto a fumetti ha una certa esperienza.

Passiamo adesso al Ranger che dà nome a questo blog: nell’inverno 1996, abbastanza inaspettatamente, viene pubblicata su un Almanacco del West la tua prima storia di Tex, “L’uccisore di indiani”. Quali furono i motivi di questo trasferimento?
Andrea Venturi: Mi venne fatta una proposta in tal senso come nel caso delle copertine. Forse per quel tanto di classico che c’era nel mio modo di disegnare, che immagino sia stato considerato consono per Tex. Era una sfida troppo stimolante e lusinghiera per non essere raccolta. Anche se accompagnata dal dispiacere di lasciare Dylan Dog. Capita di andare con piacere verso una cosa sentendo allo stesso tempo il dispiacere di lasciarne un’altra.

Quali sono stati i tuoi riferimenti grafici per rappresentare Tex e il suo mondo?
Andrea Venturi: Alcuni nomi si impongono immediatamente, e sono quelli di Ticci, Villa, Civitelli. Ma sinceramente devo dire che provando a disegnare qualcosa, specialmente qualcosa che la si affronta per la prima volta, si fa presto a imparare l’umiltà, specialmente quando vedi che tanti disegnatori, anche quelli che non erano prima fra i tuoi favoriti, hanno da insegnarti qualcosa. Si valuta meglio la loro professionalità e si fa tesoro delle loro conquiste.

Hai avuto difficoltà a calarti nel mondo texiano e, più in genere, a passare da una serie contemporanea ad una ambientata nell’800 americano?
Andrea Venturi: Come dicevo, la difficoltà consisteva nel cominciare un percorso di apprendimento di tutto un repertorio magari visto molte volte ma mai praticato, disegnato. Il che è diverso. Però il senso di difficoltà viene anche compensato dallo stimolo che questo apprendimento rappresenta e magari, via via nel tempo, dalla soddisfazione di vedere aggiunti alcuni mattoncini alla propria formazione di disegnatore.

Da allora hai legato il tuo nome esclusivamente a quello dello sceneggiatore Claudio Nizzi. Come ti trovi a lavorare con lui? E’ particolarmente pignolo ed esigente nella costruzione della tavola e nel richiederti come far “recitare” i personaggi oppure ti lascia ampie libertà in tal senso?
Andrea Venturi: Claudio Nizzi è uno sceneggiatore di grande esperienza e quindi sa quando un disegnatore ha bisogno di più indicazioni, ovvero quando si tratta di impostare situazioni complesse dal punto di vista dell’ambientazione, del numero dei personaggi, della loro azione e recitazione, situazioni in cui ognuna di queste componenti diventa determinante per lo svolgersi della storia. E queste “sottolineature” naturalmente sono un aiuto per il disegnatore. Comunque, nel tempo si impara a conoscersi e, come si suol dire, a intendersi al volo.

Quali sono le locations ed i personaggi della saga di Tex che preferisci? Privilegi gli aspetti più misteriosi ed esotici della serie (come nella tua storia “L’artiglio della Tigre”) oppure ti piace di più affrontare una classica storia con indiani, soldati e praterie?
Andrea Venturi: Il mistero e l’esotismo senz’altro mi affascinano, è sempre stato così, anche da spettatore di cinema, da lettore di romanzi e fumetti, ancor prima che come disegnatore. Però una cosa importante di questo mestiere penso sia anche l’apprendimento, e nell’ambito di un genere come quello western è necessario saper disegnare tante cose. E poi, al di là di ciò che può essermi più congeniale, posso ben dire che ogni volta che mi capita di vedere splendide sequenze illustrate ad esempio da Ticci, per fare un nome fra i miei prediletti, con indiani, soldati e praterie, mi entusiasmo e mi dico che un bravo disegnatore di western deve sapere disegnare anche questo, che deve essere bellissimo alzarsi dal tavolo dopo aver realizzato cose del genere.

Dopo oltre 12 anni hai rotto il sodalizio con Nizzi, in rete è trapelata la notizia che sei al lavoro su una sceneggiatura di Mauro Boselli. Puoi anticipare qualcosa di questa nuova storia? Che differenze stai riscontrando nel metodo di lavoro di questi due sceneggiatori?
Andrea Venturi: Non si è trattato di “rottura” in quanto semplicemente Nizzi si è dedicato ad altre cose. Naturalmente ritengo che la mia fortuna continui perchè ho l’opportunità di lavorare con Boselli. Sulla storia potrei anticipare che avrà a che fare con una carovana di pionieri e che vi agiscono insieme i quattro pard, il resto lo lascerei, come si usa dire, “avvolto nel mistero” per conservare il gusto della lettura. Anche personalmente quando mi capita di leggere qualche recensione di film, per esempio, cerco di saltare la parte di descrizione della trama, in genere ne conosco già lo spunto e preferisco gustarmi con curiosità lo svolgimento fin dall’inizio. A proposito delle differenze, una, di superficie, riguarda il modo di scrivere la pagina. Mentre la pagina di sceneggiatura di Claudio Nizzi descrive tutto in forma di testo scritto, quella di Mauro Boselli è graficamente suddivisa nella nota “gabbia” bonelliana di tre strisce al cui interno si trovano dattiloscritti i dialoghi, i rumori, abbozzi di posizione dei personaggi.
Questo naturalmente mi ha ricordato le pagine di sceneggiatura storiche di Gianluigi Bonelli o di Sergio Bonelli. E’ interessante quindi vedere come ogni sceneggiatore abbia un proprio modo congeniale per impostare la pagina. Sia a Nizzi che a Boselli devo riconoscere una notevole precisione nell’immaginare “visivamente” le proprie sceneggiature. Mi spiego meglio: approntare in sceneggiatura una situazione che coinvolge un’ambientazione e vari personaggi che si muovono all’interno di essa è un pò come allestire un set cinematografico e, via via, provare a immaginare come disporre la macchina da presa, che sarà il punto di vista del disegnatore, per ottenere l’inquadratura migliore, quella in grado di far vedere più chiaramente l’azione, di comprendere tutto. E’ una cosa un pò “tecnica” forse, che come disegnatore tendo a notare particolarmente. A parte questo va riconosciuta ad entrambi la fantasia e il merito di costruire sempre nuove storie pur rimanendo all’interno di canoni classici e consolidati che costituiscono un pò il “sapore” texiano al quale i lettori, me compreso, sono affezionati.

Tempo fa qualcuno in rete aveva associato il tuo nome a quello di Mefisto, il celebre villain texiano tornato alla ribalta qualche anno fa. Ti piacerebbe disegnare un nuovo ritorno di questo affascinante personaggio, dopo che con la Tigre Nera hai ripreso confidenza con certe tematiche horror e soprannaturali?
Andrea Venturi: Il problema, nel riprendere questi personaggi, è che sono stati disegnati da Maestri del disegno Texiano! Sarebbero quindi, da un lato, opportunità certamente lusinghiere, stimolanti, da cogliere al volo. D’altro canto, e l’ho già sperimentato appunto con la Tigre Nera, l’interpretazione di Villa e Civitelli era già così perfetta, definitiva che viene da adeguarsi ad essa, da considerarla l’unica possibile, anche per la sensazione di rispettare così l’autenticità del personaggio. Poi naturalmente si finisce sempre, anche senza volerlo coscientemente, per metterci del proprio.

Come vedi il futuro di Tex e del fumetto popolare italiano?
Andrea Venturi: Sergio Bonelli, che conosce a fondo la materia, potrebbe fornire la migliore risposta a questa domanda. Se fosse per me il fumetto popolare vivrebbe per sempre! Non certo solo perchè significa lavoro ma perchè ne sono appassionato. Il futuro però dipende, come sempre è stato del resto, da tante cose, in continuo cambiamento, soprattutto dalla volontà dei lettori di continuare a seguire i fumetti. Forse questi cambiamenti ora si fanno sempre più rapidi e, a volte, radicali. Io però penso, e spero, che il famoso “giornalino” a fumetti, così comodo e amichevole da portare con sè, così poco tecnologico che funziona sempre, basta aprirlo, possa accompagnarci ancora per molto tempo. Anche la radio non è stata soppiantata da mezzi di intrattenimento più potenti come la televisione, forse ha contato la sua capacità di farci compagnia appunto in modo semplice, discreto, amichevole. Quello che possiamo fare noi è produrre fumetti con tutto il nostro impegno ed entusiasmo.

E i tuoi progetti per il futuro? Puoi già anticiparci qualcosa?
Andrea Venturi: Tex!… e una settimana di vacanze in montagna in estate.

Quali ambizioni avevi o hai all’interno della SBE, soprattutto in relazione a Tex?
Andrea Venturi: Di continuare onestamente a fare questo lavoro che, devo dire, fa veramente parte per me del gusto della vita. Per onestamente intendo il farlo meglio che posso, con l’impegno dovuto. E con entusiasmo, un altro elemento penso irrinunciabile, determinante per il risultato finale. Ma quello per fortuna non è mai mancato. Relativamente a Tex, il desiderio è naturalmente quello di contribuire alla serie come hanno fatto gli altri disegnatori, secondo la mia indole ma restando fedele allo spirito texiano.

Il fumetto della SBE è sempre stato il tuo obiettivo oppure avresti preferito fare il cosiddetto “fumetto d’autore” come Pratt, Battaglia, Toppi, Manara?
Andrea Venturi: E’ sempre stato il tipo di fumetto verso il quale mi sono sentito più portato. Se per fumetto d’autore si intende poi il fumetto completamente realizzato, testi e disegni, da un solo autore, allora c’è anche da dire che anzitutto bisognerebbe saper scrivere e sceneggiare bene! Quindi nel mio caso, riconoscendo i miei limiti, sono ben contento di potermi affidare all’esperienza, alla professionalità di uno sceneggiatore e occuparmi esclusivamente di tutto ciò che si può raccontare con il disegno. Devo però essere sincero e dire che faccio un pò fatica a vedere la linea immaginaria che dovrebbe marcare il confine fra questi due famosi “territori” del fumetto.
Questo forse perchè io gli autori di cui sopra, indubbiamente eccezionali, li ho conosciuti prima ancora che come campioni del fumetto “d’autore” come autentici assi del fumetto popolare. Tutti sono apparsi su una delle letture da me favorite nell’infanzia ovvero il Corriere dei Piccoli/dei Ragazzi. Forse si potrebbe ormai andare oltre queste definizioni e definire un autore secondo la sua bravura, la sua capacità di lasciare un segno forte della propria personalità nel nostro immaginario a prescindere dal fatto che sia al servizio del cosiddetto fumetto popolare o a progetti più personali, sperimentali. Se permettete, faccio un esempio fra i tanti possibili: se Giraud avesse fatto “solamente” i disegni per Blueberry, grandi disegni che raccontano quanto la sceneggiatura di Charlier, se non fosse poi diventato Moebius, sarebbe comunque stato un grande autore e, di conseguenza, il suo disegno lo vedo sempre come espressione di fumetto d’autore, insomma il fumetto di quell’autore che mi piace, che mi dà emozione, che mi ha raccontato qualcosa della sua visione del mondo.

Ti senti un artigiano del fumetto oppure un artista? Disegnare è per te uno stimolo, un divertimento oppure un lavoro?
Andrea Venturi: Sì, mi sento un artigiano. Però devo dire che io ho una altissima considerazione dell’artigianato. Anche lì penso molto dipenda dalla qualità di ciò che si riesce a ottenere in pratica. Ma a dire la verità, non mi pongo mai questa domanda, semplicemente cerco di fare fumetti meglio che posso, sulla falsariga di quelli che mi sono piaciuti, che mi hanno emozionato, sperando che piacciano al pubblico. In fondo è tutto qui. Poi pensandoci adesso, credo che ognuno di noi abbia una vena artistica più o meno pronunciata che cerca un’espressione nella nostra vita quotidiana, e così magari ci mettiamo a fischiettare davanti allo specchio appena alzati alla mattina. Disegnare per me comunque è sempre di più una istintiva necessità, che quindi comprende senz’altro lo stimolo e il divertimento. Del lavoro credo si debba conservare il senso di disciplina necessario. Anche perchè il nostro lavoro, ora lo chiamo così, è legato al lavoro degli altri, in un ciclo produttivo in cui ognuno deve rispettare i propri impegni. Ma, come pensano molti, è una vera fortuna, un privilegio, quando il lavoro coincide con il divertimento.

Quanto tempo impieghi per disegnare una tavola? Hai degli orari? Come si articola una tua giornata tipo fra lavoro, letture, tenerti informato, ozio, vita familiare?
Andrea Venturi: Circa un paio di giorni. A volte dipende anche dal suo contenuto, se è necessaria una documentazione più complessa, se ci sono molti elementi particolareggiati e questo, materialmente, prende tempo. Mi piace cominciare alla mattina con la prospettiva di avere una intera giornata di luce e di lavoro davanti a me, poi c’è la pausa pranzo, possibilmente pisolino di un quarto d’ora, il pomeriggio al tavolo da disegno e la cena seguita, auspicabilmente, da un film. Questo di base, poi, come capita a tutti, c’è qualche necessità familiare a cui far fronte che prende il suo giusto tempo qua e là. Mi informo attraverso la radio, che è quasi sempre accesa, o i podcast. Se decido di fare una pausa di dieci minuti, anche per rinfrescarmi lo sguardo dopo aver guardato troppo una tavola, cerco sempre di leggere.

Puoi esporci la tua tecnica di lavoro?
Andrea Venturi: E’ quella che si potrebbe definire penso “classica”. Abbozzo la tavola su un foglio di cartoncino tedesco con una matita piuttosto dura per non sporcare troppo il foglio. Poi, con tanti segni e cancellature di gomma pane, definisco il disegno fino ad arrivare ai particolari. Cerco di abbozzare anche i neri leggermente a matita in modo da vedere più chiaramente la loro disposizione, il loro “peso”, la loro capacità di creare i contrasti necessari. Poi passo all’inchiostrazione con pennino e pennello. Però devo dire che quando comincio col pennello, la sua duttilità di segno mi spinge a fare quasi tutto con questo strumento. Il cartoncino tedesco di cui sopra, essendo piuttosto resistente, mi consente di grattare via con una lametta la china, e questo è molto utile, un margine di sicurezza in caso di ripensamenti, di segni in eccesso e così via. Alla fine “sgommo” tutto con una gomma non troppo aggressiva che cancelli la matita ma rispetti il più possibile la china. Tutto qui.

Sei nato nel 1963. Al cinema il western classico, già al tramonto, sta per essere travolto dal fenomeno del “Western Spaghetti” di Sergio Leone e dei suoi epigoni. Il West (al cinema, nei fumetti, nei telefilm) entra in qualche modo a far parte del tuo immaginario sin da ragazzino, oppure prediligevi altri generi e te ne sei avvicinato solo per lavoro, una volta entrato nello staff texiano?
Andrea Venturi: Quando ero piccolo i film come quelli di Sergio Leone ancora riempivano le sale e avevano una vita piuttosto lunga e con ripetuti passaggi anche nel cinema parrocchiale vicino a casa o nelle arene estive al mare, durante le vacanze. Ero spesso anch’io fra quel pubblico con i pop-corn a divertirmi con questo spettacolo spesso esagerato, e noi bambini lo gradivamo, fatto di sudore, polvere, battute lapidarie, fagioli in pentola e… denti bianchissimi! A casa seguivo i telefilm di Zorro e vedevo film western più classici, americani, quando passavano in televisione, ma allora la programmazione non abbondava di film come oggi. Nel tempo sono stato anch’io, come molti della mia generazione, affascinato da molti altri generi, non ultimo certo la fantascienza. Guerre Stellari, Alien, hanno segnato un pò uno spartiacque per il genere e mi ricordo che a scuola, al Liceo Artistico, sfruttavo ogni occasione durante le ore di disegno o di modellato, per “contrabbandare” qualcosa che provenisse da quell’immaginario. Tex ha ravvivato comunque, alla grande, l’antica fiamma. Adesso, grazie anche ai DVD, riguardo spesso film western. A volte “uso” la scusa che sia per documentazione, in realtà me li gusto proprio!

Quali fumetti leggi attualmente, con quali ti identifichi maggiormente?
Andrea Venturi: A parte i fumetti Bonelli, nei quali trovo tanti dei miei autori di riferimento, e a costo di apparire nostalgico, dirò che quelli nei quali mi identifico ancora di più sono quelli che ho citato all’inizio dell’intervista, anche oggi  ho un debole per loro, mi caricano di entusiasmo. A volte esce una loro ristampa e non resisto, la compro anche se ne ho già due o tre edizioni precedenti, basta che sia appena stampata meglio per diventare irrinunciabile. Comunque fra quelli più recenti seguo sempre autori come Mignola, Adam Hughes, Bernet, Boucq… mi verrebbe da dire anche Will Eisner, tanto sembrava sempre moderno.

Oltre ai fumetti, quale tipo di libri leggi? E quali sono le tue preferenze nel campo del cinema e della musica?
Andrea Venturi: Fra gli scrittori che amo di più c’è Simenon. Poi, per fare qualche nome fra i tanti, Buzzati, Philip K. Dick, Durrenmatt, Roald Dahl, Astrid Lindgren… per il buonumore mi vengono adesso in mente il Goscinny del Piccolo Nicolas con le illustrazioni di Sempè, libri di Achille Campanile come “Vite degli uomini illustri”…
Sicuramente in seguito me ne verranno in mente tanti altri e mi chiederò perchè mai non li ho detti. Cinema… non mi stanco mai di rivedere i film di Tati, Wilder, Hitchcock, Kubrick, Monicelli, Melville, Becker, Germi, Scorsese… e tanti, tanti altri. Ovviamente il nome di ognuno di questi registi richiama una galassia di talenti, fra attori, sceneggiatori, scenografi, musicisti… Anche a proposito della musica, non so da che parte cominciare, quindi dirò qualche nome in ordine sparso… Quincy Jones, Al Jarreau, Earth Wind & Fire, Jobim, Thielemans, Bacharach, Lelio Luttazzi, Buscaglione… legata poi alla passione per il cinema, c’è una discreta collezione di colonne sonore con nomi quindi come quelli di John Barry, Jerry Goldsmith, Lalo Schifrin, Morricone, Trovajoli, Mancini, Herrmann…

Caro Andrea, ti ringraziamo moltissimo per l’intervista che ci hai così gentilmente concesso.
Andrea Venturi: Grazie a voi perchè sentirsi rivolgere queste domande, questo vostro gentile segno di interesse nei miei confronti, è stato molto lusinghiero.

(Cliccare sulle immagini per vederle a grandezza naturale)

5 Comentários

  1. In assoluto il migliore. Ottima regia, grande capacità di disegno e – di questi tempi confusi – l’unico che abbia capito cosa è il ripasso a china in un fumetto. Tornasse in vita Alex Raymond, Venturi sarebbe l’unico a cui andrebbero i suoi elogi. Speriamo che Bonelli gli faccia realizzare un Texone, vedere le sue tavole in grande formato sarà una gioia per gli occhi oltre che uno strumento per capire come si disegna.

  2. Intervista bellissima! Complimenti a Zeca e allo staff del suo blog!
    Venturi è davvero un grande, non c’è altro da dire: basti anche vedere la ricchezza delle sue risposte!

    E le due tavole in anteprima (quella con Tiger, a dire il vero, già la conoscevamo da un pò) sono bellissime!

  3. Piccola curiosità: il Texone di Venturi, che uscirà quasi certamente nel 2013, avrà lo stesso tema di fondo del Texone di quest’anno, ovvero il viaggio di una carovana lungo l’Oregon Trail. Sarà interessante vedere non solo quali saranno le eventuali similitudini e le differenze tra i due autori, ma anche se Boselli, che ha comincato a scrivere la storia nel 2009, quando il Texone di Manfredi & Gomez era quasi finito, terrà conto nei dialoghi del precedente viaggio “organizzato” dal suo collega 🙂

  4. Sono davvero ammirato dalla modestia di Andrea, soprattutto se paragonata alla bellezza e al valore del suo lavoro.
    Le risposte, poi, così autentiche e sincere… lo ammetto: se prima apprezzavo soltanto Andrea come disegnatore, ora provo anche molto simpatia per lui come… “artigiano”.
    Grandissimo! Un Maestro come quelli di una volta!

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